Zanetti, quel Dna che non cambia mai Valori di un leader in campo e fuori


Capitano in campo e nella vita. Javier Zanetti a 45 anni non smette di stupire. Chiusa la carriera da giocatore, dal 2014 non è solo vicepresidente dell’Inter, è soprattutto il volto del club nel mondo. Sono passate tre proprietà (Moratti, Thohir, Zhang), Zanetti però è rimasto, custode e guida del dna nerazzurro. Il nuovo libro «Vincere ma non solo.Crescere nella vita e raggiungere i propri obiettivi», con la collaborazione di Luca Fazzo e Marco Mensurati e la postfazione di Dino Ruta, edito da Mondadori, è un racconto della carriera di Zanetti, ma è soprattutto una strada e un metodo da imparare.

«Tutti si aspettavano di vedermi legato alla parte sportiva, ma mi affascinava mettermi in gioco in altri ambiti. Ho iniziato a studiare alla Bocconi e cominciato una vita diversa. Questo racconta il libro».

Cosa significa essere capitano e leader? Come si intrecciano i due ruoli?

«Il leader lo riconosci dall’esempio, per il modo di lavorare. Rispettano la leadership se uno fa vedere quel che è».

Cita una massima di Nelson Mandela sulla sfida. «Io non perdo mai: o vinco o imparo». Sicuro si possa fare?

«In ogni sfida bisogna avere coraggio e crederci. Se vinci impari, ma pure la sconfitta insegna. Devi essere resiliente, avere la forza di rialzarti, capendo dagli errori».

Spiccano in due: sua moglie Paula e suo padre Rodolfo. Il papà, che tipo era?

«Era un muratore e mi ha insegnato a valorizzare le cose, le più piccole. Non avevamo granché, ma riusciva a mettere da parte qualcosa. “Bisogna risparmiare per quando avremo meno”, diceva. Sono cresciuto con quei valori».

Con Paula com’è la storia?

«Ci siamo conosciuti a 14 anni, lei giocava a basket. Siamo insieme da 26 anni, metà vita. C’è da sempre, mi aiuta con una visione diversa».

Altro passo: il campione non può essere egoista. Però l’indole del campione non è esattamente quella?

«Il campione è leader a volte, ma deve essere d’esempio e solidale. L’egoismo ti toglie queste qualità. Quando vedo calciatori che non si fermano a firmare gli autografi o a fare una foto mi fa tristezza».

Più difficile per Zanetti gestire la vittoria o la sconfitta?

«Nella difficoltà cerco qualcosa per ripartire. La vittoria è pericolosa, tendi a rilassarti, però nell’anno del Triplete con Mou era impossibile rilassarsi».

Come fa un calciatore oggi a non montarsi la testa?

«Chi guadagna tanto vuole fare tutto, vuole la Ferrari. Io con i primi soldi ho comprato un appartamento. Devi circondarti di persone giuste».

Lei ha passato tre presidenti. Non ha mai pensato di andare in un altro club?

«No. Volevo esserci perché faccio parte del dna dell’Inter. Pensavo di poter aiutare nei vari passaggi. Ora siamo tornati in Champions, ma è una partenza per puntare in alto».

Racconta di Mou e Bielsa. Spalletti come lo giudica?

«Preparato. Ha dato un’impronta e continuità. Ora cerca sempre di alzare il livello».

Stare accanto allo Zanetti dirigente è difficile?

«Credo sia giusto pretendere, ma mettendo le persone a loro agio. In ufficio all’Inter dico sempre: “Il vero termometro non è l’ultimo piano di noi dirigenti, ma quelli più in giù”. Se vogliamo capire come stiamo andando bisogna parlare con chi sta ai piani più in basso».

Si sente vicino a Facchetti?

«È sempre stato un riferimento. Parlava poco, ma la sua personalità la trasmetteva solo guardandoti».

È dura smettere di giocare?

«La cosa più difficile è pensare: ora che faccio? Potevo fare altri due anni, ma è meglio smettere quando sei al top e non vedere chi ti è attorno che non ha il coraggio di dirti che non ce la fai più».

«Rafforzerà la dirigenza. Certe figure fanno alzare il livello». Parola di capitano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

25 novembre 2018 (modifica il 25 novembre 2018 | 22:56)

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