Vita in ufficio: «Sono ricca, giovane, colta ma infelice e la colpa è anche vostra»


Sono una ragazza fortunata. Me lo ripeto sempre. Sono una ragazza fortunata. Sono fortunata come tutti quei ragazzi che oggi nascono e crescono a Milano, frequentano il liceo classico, si iscrivono in un’università privata per seguire le loro inclinazioni e alle spalle hanno una famiglia benestante che può mantenerli ancora per molto tempo. Sono fortunatissima. Non sono mai stata costretta a svegliarmi all’alba per arrivare puntuale a lezione. Abito in centro, tutto è comodo, a portata di mano, bastano una ventina di minuti sopra un mezzo pubblico, al massimo una pedalata di buona lena in bicicletta. Non sono mai stata costretta a fare turni massacranti in pizzeria o in un locale per mantenermi o per pagarmi gli studi. Se un’esperienza di lavoro va male, posso sempre pensare che la prossima andrà meglio. Ho solo ventitrè anni, posso permettermi di credere che la vita è lunga, piena di sorprese, intensa e imprevedibile. Mi rifarò, eccome se mi rifarò. Al massimo, studierò ancora. E perché no? Investirò un altro paio d’anni all’interno di una formazione accademica che probabilmente non serve a nulla. Ma contribuirà a rendermi una donna colta, ed è questo che punto a diventare, giusto?

La verità è che la categoria di privilegiati di cui faccio consapevolmente parte, non mi rende immune al senso di precarietà, di fragilità e di inconsolabile alienazione a cui sono condannati tutti i miei coetanei. È il dramma di questa generazione, dicono. Una generazione indotta a pagare un prezzo infinito per tenere testa a un sistema produttivo schiacciante, che evidentemente ha esaurito la propria efficacia, considerando che la maggior parte dei giovani d’oggi è infelice, mal pagata o disoccupata. Quando andavo a scuola mi ripetevano che campare è difficile, soprattutto di questi tempi. Nessuno mi aveva parlato del costo umano preteso da questi ambienti di lavoro, che siano aziende, banche, agenzie di comunicazione, case editrici, redazioni di giornali, atelier di alta moda. Ho iniziato tirocini in tre di questi luoghi e la maggior parte dei miei amici è stata o è tuttora alle prese con esperienze simili alle mie.

Non si tratta soltanto dei salari stracciati, dei rimborsi spese da duecentocinquanta euro anche quando resti in ufficio otto ore di seguito, o dei frequenti stage curriculari non pagati. Non si tratta dei ritmi frenetici che consentono una decina di giorni di ferie in agosto, se sei fortunato. Non si tratta dell’abuso delle tecnologie digitali, che invadono anche il tuo tempo libero perché email e messaggi potrebbero arrivare in qualunque momento. Non si tratta della totale denigrazione di ogni forma di inclusione e di gratificazione del personale, che viene abituato a consumare il pranzo in silenzio, seduto alla scrivania, in pochi minuti. Ciò che mi rende più sconcertata e soprattutto incazzata, è constatare la disumanità che caratterizza questi impieghi elitari, destinati alla nicchia colta, emancipata, istruita e raffinata della società. Sono ambienti che vantano ed espongono una determinata fascia di valori, senza saperli garantire al proprio interno. Gli episodi di prevaricazione nei confronti dei giovani stagisti senza esperienza sono all’ordine del giorno. Comprendono affidare compiti ingrati, come i lavori di fatica o quelli che nessuno trova il tempo e la voglia di sbrigare. Preparare caffè ai clienti e poi dileguarsi, senza poter assistere all’incontro. Riempire e svuotare scatoloni, dividere rocchetti di filo in base al colore, impilare buste di libri.

Il punto è che tu ti trovi lì per imparare un mestiere, hai una laurea e magari un master, eppure le settimane passano e improvvisamente ti rendi conto che le tue giornate consistono nello scrivere indirizzi, senza che nessuno ti rivolga la parola. Magari succede che ti mettano alla porta dall’oggi al domani, blaterando giustificazioni che non ti tornano, come «incompatibilità con la figura che stiamo cercando» e pensi che sei davvero fortunato, anzi, fortunatissimo, perché non devi ancora pensare all’affitto e sei nella posizione di reinventarti, di avere fiducia. Dimostrare di essere disposti a qualunque cosa pur di fare buona impressione, anche a spazzare per terra, dispensare sorrisi, gentilezze, restare in ufficio oltre l’orario, lavorare senza sosta, non basta. A me non è mai bastato. La sensazione che mi è stata comunicata ovunque, da parte della grossa maggioranza dei colleghi, dei capi, dei superiori che ho avuto e a cui sono stata affidata, è che ero un’incombenza fastidiosa. Dovevo adoperarmi per rendermi il più possibile invisibile ed efficiente, laddove la comprensibile decisione di isolarsi viene rimproverata come eccesso di inibizione e le occasioni in cui tenti di esporti e di prendere la parola vengono invece scambiate per l’estremo opposto, l’eccesso di presunzione. Oscillare tra questi due poli e fungere da catalizzatore delle frustrazioni e dei nervosismi altrui, ecco cosa desiderano da noi. Questa è la conseguenza di anni di svalutazione sistematica del lavoro, delle paghe e delle aspirazioni dei giovani d’oggi, troppo spesso accusati di essere pigri, viziati e privi del senso del sacrificio dei loro padri. Allora è meglio versare qualche lacrima di nascosto e poi tornare a farsi mettere i piedi in testa. Ma senza mai perdere l’ottimismo. In fondo, i privilegiati siamo noi.

(Scriveteci e raccontate la vostra esperienza d’ufficio inviando una mail a cdecesare@corriere.it, mettendo in oggetto «Vitainufficio»)


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