Vita in ufficio, le vostre risposte alla lettera di Benedetta


Vita in ufficio, le vostre risposte alla lettera di Benedetta

Cara Benedetta, mi permetto di scrivere direttamente a te – sebbene tramite “vita in ufficio” – e di darti del tu visto che siamo quasi coetanei. Oggi ho letto con molto interesse la tua lettera ed ora ho il bisogno di risponderti, perché mi sono sentito un po’ chiamato in causa dalle tue parole. Anche io come te sono un giovane privilegiato: 25 anni; nato e cresciuto a Milano; buona famiglia; buona scuola; buona università e molto per cui essere grati. Anche io come te ho lavorato e continuo a lavorare in quelli da te definiti “impeghi elitari” dove gli episodi accaduti a te accadono anche a me come ai miei colleghi. Mi chiederai, dunque, perché ho voluto scriverti. Ebbene, io a differenza tua non sono né incazzato né sconcertato, ma provo quella gratitudine e ottimismo che viene da te sarcasticamente menzionata. Voglio spiegarti un po’ come è possibile. Innanzitutto, sgombriamo il campo dai soliti equivoci che possono presentarsi parlando di questi topoi. Il mio sentimento non è dovuto né ad una particolare manifestazione della sindrome di Stoccolma né tantomeno ad una conformista lealtà per i “padroni”. Sono consapevole quanto te dei problemi che giustamente hai evidenziato. In secondo luogo, non sono qui a fare la morale a nessuno sottolineando la choosiness dei giovani e come ci sia da ringraziare per avere un’occupazione od un salario, trattandosi – questi – di pour parler ormai da bar. Quello che io voglio dirti, Benedetta, è che le tue parole mi hanno messo molta tristezza perché vi ho letto dentro molta distruttività. La stessa distruttività che molto probabilmente che ti porterà a trattare nello stesso modo fra vent’anni gli stagisti che incontrerai nella tua, mi auguro, brillante vita professionale seguendo un vizioso disegno di eterno ritorno che non può che farmi venire in mente “Il deserto dei Tartari” di Buzzati. Te lo dice uno che degli episodi che racconti se ne intende. Io faccio ed ho fatto anni interi di stage gratuiti, incontrando tutti i giorni caffè, risme, rispostacce, lavate di capo etc. Sarebbe troppo facile vivere questa gavetta come un torto che i miei superiori mi impongono per sfogare le loro frustrazioni. Non è così. Questo è semplicemente il lavoro che amo e per il quale ho studiato. Che si tratti di un caffè o di un’importantissima pratica, io voglio farlo al meglio nel più breve tempo possibile. Come te sto imparando e, anche se do il massimo di me e mi sembra che tutto sia impeccabile, molte volte sbaglio e vengo ammonito anche in malo modo. Fa male, lo so, ma la maggior parte delle volte dovrai ammettere che i tuoi capi hanno ragione. Saranno un po’ duri, ma dietro a quei modi, spesso dovuti come loro stessi sono stati trattati da giovani, c’è molto da imparare. Non ci cascare, Benedetta, ti prego. Da questi anni non imparare solo come prevaricare i tuoi subordinati, ma apprendi il più che puoi partendo dai caffè sino alle riunioni, perché sono egualmente decisivi ed importanti. C’è moltissimo da imparare e fra qualche anno chissà… ti potresti trovare tu fra l’latro ad essere la superiore di un/una segretario/a che non sa servire il caffe e sarai tu a doverle insegnare. Non vorrai saperle solo gridare addosso? Sono sicuro che non vuoi, come sono sicuro che hai la sensibilità di saper sfruttare le difficoltà che il lavoro quotidiano ti dona in maniera costruttiva, dando il massimo delle tue possibilità qualunque sia l’ingrato compito che ti verrà dato. Vedrai che se sei brava e soprattutto proattiva, dando più di quello che ti viene chiesto (come sono sicuro che sia), tutti, chi prima chi poi, se ne accorgeranno e ti daranno fiducia e opportunità. Bisogna saper vedere oltre l’immediato orizzonte. Cerca anche tu come faccio anch’io di lasciare la Fortezza Bastiani affrontando le tue giornate alla scrivania diversamente: senza pretendere di essere noi a venir capiti e valorizzati, ma cominciando a cercar di capire e valorizzare le esigenze dei propri collegi. Forse è questa la grande sfida di noi privilegiati, smettere di pretendere e cominciare ad offrire. Un caro saluto Benedetta

Cogliendo l’assist passato dalla lettera della ragazza ventitreenne recentemente pubblicata, porto anche io la testimonianza di ragazzo di ventotto anni. Anche io arrivo da una famiglia benestante, del varesotto: scuole private, liceo classico, università privata ed una laurea in giurisprudenza ottenuta perfettamente in corso. L’unico “fastidio”, che in realtà, come molti miei coetanei, non è mai stato un problema, era il treno per raggiungere Milano durante gli anni universitari. Laurea in tasca, riesco a trovare subito lavoro come praticante avvocato, ma, chiaramente e consapevolmente, solo grazie alle conoscenze di mio padre (siamo pur sempre in Italia). Da qui la forza e la vitalità che sempre mi hanno accompagnato durante gli studi, particolarmente quelli universitari, hanno dovuto cedere il passo alla frustrazione di una realtà lavorativa desolante: pur essendo il mestiere che ho sempre desiderato, mi sono ritrovato a fare, letteralmente, il corriere tra studio e tribunale, inadeguato a trattare direttamente con i clienti, ma la figura perfetta per prendersi parole dai cancellieri dei vari tribunali lombardi. Il tutto per un ridicolo rimborso spese, a me definito “ciotola di riso”. Esame di Stato, com’è prassi e realtà per circa due terzi dei candidati, andato male per ragioni ancora oscure, e di nuovo a lottare con le unghie e con i denti per un tozzo di pane in più. Si sa, noi giovani facciamo paura ad una casta molto avanti con l’età e, soprattutto, poco ferrata tecnologicamente. In questo tragicomico percorso, tutto italiano, un raggio di sole mi ha illuminato: un incontro, un fidanzamento e adesso un imminente matrimonio. Quest’uomo di ventotto anni può dirsi realizzato, almeno dal punto di vista affettivo. Per quanto concerne il lavoro, un insignificante aumento di stipendio – naturalmente a partita IVA, non sia mai – è l’unica nota rilevante in questa valle di lacrime, che anche io come molti ho segretamente versato per la rabbia di essere uno dei tanti, troppi ragazzi (perché per i nostri capi questo siamo, ragazzini appena svezzati ed inadeguati) sfruttati e quotidianamente umiliati da un sistema vecchio ed ormai al collasso. Abbiamo il “Governo del Cambiamento” adesso a Roma, ma sappiamo bene che non è intenzione di nessuno modificare lo status quo italiano, capolavoro degno del miglior Principe Fabrizio Salina, manifesto dell’immobilità che ha sostanzialmente caratterizzato una classe politica abituata a vivacchiare con l’eredità del passato. Che fare? Sicuramente non contare nella distante ed eterea Cosa Pubblica, ma solo ringraziare i miei genitori, che, permettendomi di avere una casa con la mia futura moglie, mi consentono di sognare la vita che ho sempre desiderato, ovviamente tralasciata l’insoddisfazione professionale a fronte di sudore e tempo passato a prepararmi per un futuro che non sembra arrivare mai. L’Italia è una Repubblica democratica non fondata sul lavoro dei giovani, neolaureati e non, tirocinanti e aspiranti tuttofare, ma fortunatamente le famiglie ancora arrivano là dove nessun altro riesce ad arrivare.

Buonasera mi ha colpito la lettera di Benedetta e vorrei scrivere della mia esperienza: sono anche io una delle vittime del sistema lavoro! Ho 36 anni ma ho sbagliato tutto perché HO SCELTO! Non vengo da una famiglia benestante e la mia laurea me la sono presa un anno fuori corso, con il sostegno dell’adisu e di milioni di lavoretti vari tra cui le pulizie su una barca di lusso che mi hanno permesso di pagarmi un super master presso una prestigiosa università privata, questa è stata la mia prima scelta pensando che potesse darmi una marcia in più. Inizio il primo stage, venivo guardata malissimo perché alle 17 massimo 17:30 uscivo perché dovevo prendere il treno per rientrare a casa dopo circa due ore, però spesso mi veniva detto che non era consono che uno stagista andasse via dopo le 8 ore, doveva lavorare più degli altri, ovviamente dopo 6 mesi l esperienza è terminata. termino contestualmente la pratica forense, scelgo di non fare l avvocato, seconda scelta. Mi chiama un altra società, stavolta vicino casa perciò potevo anzi “dovevo “tornare a casa 1 o due ore ore le canoniche 8 ore,il tutto inizia con uno stage ma dopo 6 mesi eccolo il primo contratto. Rimango felice nella società dove lavoro ma la mia terza scelta l ho pagata più cara di tutte….dopo un anno che sono lì, che ho dei capi e dei colleghi con i quali sto da dio….scelgo di avere un figlio….5 mesi di maternità e si torna a lavoro…. ma non era più il mio lavoro che ho creato sul quale io stessa mi sono formata con errori e soddisfazioni….erano i brandelli di c ho che ero stata…avevo avuto un figlio mansioni ridotte fiducia dei dirigenti sotto le scarpe collega in sostituzione che butta valanghe di merda sul tuo operato, ma i colleghi quelli veri ti sostengono ascoltano i tuoi sfoghi il tuo pianto strozzato …. il latte va via rimango sempre fino a tardi rivedo mia figlia di pochi mesi la sera , torno a casa tengo in braccio il mio amore e logisticamente organizzo cena pulizie lavatrici ma non mi stacco mai dalla piccola sempre in braccio. Passano due anni di dolore, umiliazione e quant altro ma si presenta la mia quarta scelta mi dimetto…dopo un mese trovo subito un lavoro ma so da subito che non è finalizzato all assunzione….in 6 mesi è successo di tutto colleghi insoddisfatti capi fatiscenti responsabilità alle stelle e zero formazione stipendio poco superiore ad uno stage e mole di lavoro da impazzire dicembre 2016 questo maledetto lavoro cessa….fino ad oggi ho fatto almeno 50 colloqui non mi possono prendere potrei fare altri figli abito troppo distante da Roma…insomma sono logisticamente inappetibile ed in età fertile…per la mia fascia d età non ci sono sgravi…L apprendistato e garanzia giovani hanno fatto caporetto….Oggi? Ci sono giorni pieni d amore dedicati a mia figlia e giorni pieni di dolore con cui guardo mia figlia e mi sento uno fallimento totale,per aver fatto delle scelte che hanno dato a mia figlia una mamma full time ma con il cuore spezzato per un lavoro più trovato….

Sono un ragazzo di 23 anni, napoletano. Mi sono trasferito a Milano 3 anni fa quando mi sono accorto che Napoli non mi avrebbe offerto niente, solo una buona dose di depressione. Amo la mia città, ma viverci è veramente difficile se porti con te un bagaglio pieno di sogni e ambizioni. Nel mio primo anno a Milano ho cambiato 4 lavori, frequentato 4 corsi di danza ed 1 di teatro ed ho conosciuto una ragazza con cui ho vissuto una drammatica, ma bellissima storia d’amore. Ero rinato. Poi ho focalizzato i miei obiettivi e mi sono iscritto all’università, a scienze dell’educazione, consapevole che sarebbe stato il mio riscatto dalle scuole superiori. All’inizio avevo paura di non riuscire a stare al passo, ma dopo poche settimane mi sono accorto che ero molto più avanti degli altri. Da quando ho iniziato a studiare sono sempre più sfiduciato sui miei futuri colleghi. Continuo a non capacitarmi di come sia possibile che buona parte del mio corso sia completamente disinteressata a quello che accade intorno a loro. Non mi capacito del perché quando un prof fa una domanda a lezione nessuno risponde (e non perché non sappia la risposta), ne tantomeno interviene se ha un’opinione differente. Non mi capacito quando alla domanda sul perché hai scelto di fare l’educatore, vanno in difficoltà, ed in pochi riescono a convincermi dell’esistenza di una reale motivazione. Infondo, il nostro lavoro ci permetterebbe solo di cambiare il mondo. Tutti si lamentano che le opportunità lavorative sono poche, la formazione è troppo teorica, e le tasse sono eccessive, ma nessuno fa niente per cambiare le cose. I miei tentativi di accendere fiamme di rivoluzione sono sempre stati vani. Vedo una generazione passiva, priva di personalità, rassegnata da un sistema che li tiene in gabbia. Alla fine le cose non cambiano mai, perché il cambiamento avviene solo se si agisce. Ma fin quando ognuno pensa al suo orticello, saremmo costretti ad accontentarci di quello che troviamo, senza mai sentirci pienamente realizzati. Ma anche io, come Benedetta, infondo sono fortunato. Ho la possibilità di studiare lontano da casa, viaggiare, e sapere che avrò sempre qualcuno su cui contare.

Sono E., 27 anni di Roma, non tanto fortunata quando Benedetta. La mia famiglia è normalissima, non mi ha fatto mai mancare nulla, ma non rientra nella nicchia di privilegiati e benestanti di cui ha scritto . Come Benedetta mi sono data sempre tanto da fare, dai piccoli lavoretti per avere la mia indipendenza economica, all’università al master. Sacrifici, tanto studio e una buona media per iscrivermi al Master Sport che tanto desideravo frequentare. Lo stesso mi ha consentito di fare uno stage in ambito sportivo, vero retribuito al minimo, ma potevo pagarmi l’abbonamento e il pranzo, perché pendolare. Sì, impiegavo circa 4 ore al giorno della mia giornata sui mezzi pubblici, perché non ho una mia macchina, e questo perché non rientro in una nicchia di privilegiati e vorrò acquistarla con i miei soldi al più presto, perché il privilegio me lo sto creando da sola giorno per giorno. Lo stage è stato proficuo perché mi ha portata a sottoscrivere un contratto e l’ambiente che frequento è davvero stimolante, sono circondata da persone che mi chiedono pareri, colleghi che mi chiedono come io stia e anche se a volte mi capita di fare fotocopie, c’e tanto altro. Sto crescendo, sto partecipando a riunioni, stanno investendo su di me, frequento corsi e seminari e la mia responsabile di ufficio è come se fosse per me una seconda mamma, sempre dalla parte dei giovani e aperta al confronto. Perciò quello che dico a te Benedetta e a tanti altri è di continuare a cercare, perché il mondo lavorativo non è sempre così crudele!

Per rispondere alla lettera di Benedetta di oggi, debbo richiamare il punto per me più significativo delle Sue considerazioni, laddove scrive: «La verità è che la categoria di privilegiati di cui faccio consapevolmente parte, non mi rende immune al senso di precarietà, di fragilità e di inconsolabile alienazione a cui sono condannati tutti i miei coetanei. È il dramma di questa generazione, dicono. Una generazione indotta a pagare un prezzo infinito per tenere testa ad un sistema produttivo schiacciante…» . Il punto è proprio questo, oggi viviamo nel vortice della globalizzazione che permea tutti gli aspetti della vita quotidiana, è come stare su un ottovolante, dal quale non si può scendere, né utilmente ignorare. Siamo immersi in una cultura globalizzata, social, che va ad una velocità tale che preme e schiaccia tutti, nessuno escluso e, a vedere bene, le cose sono destinate a peggiorare, per la totale incapacità di coloro che governano, hanno responsabilità, decidono nei salotti buoni. Questi personaggi anziché cercare di gestire il fenomeno, guardano solo al loro ‘particulare’, utilizzano linguaggi e categorie trite e superate per blandire i vecchi, ed ignorano del tutto i giovani, acuendo quel senso di precarietà e incertezza, e con esso il divario fra i nostri giovani e le sfide del futuro. E’ vero che anche in passato era difficile affermarsi. Gli studi, i luoghi di lavoro, non ti aspettavano certo a braccia aperte, né ti concedevano spazi per affermarti (Armani ha cominciato allestendo le vetrine alla Rinascente). La differenza è che ora l’illusione è svelata, il Re è nudo, e nessuno più si prende la briga di condire il tutto con il concetto di ‘sacrificio’, di gavetta necessaria, perché ormai siamo tutti in una barca che sta a galla a malapena, che rischia di affondare con il mare mosso. Allora è sempre più valido il motto latino “mors tua vita mea”. I posti, le opportunità sono poche, vanno riservate ai nominati, agli eletti. E questo Paese muore per mancanza di meritocrazia, incompetenza e corruzione e soprattutto mancanza di consapevolezza. C’è gente che ancora sottovaluta l’importanza di insegnare l’inglese alla scuola primaria, senza tenere conto della probabilità realistica che nel futuro rischiamo di dover imparare il cinese, e lavorare con una superpotenza mondiale, che ignora i diritti umani, altro che senso di precarietà, fragilità e inconsolabile alienazione. Eppure dovrebbe essere ovvio che solo ‘insieme’ possiamo avere una chance, cercando -senza perderci in inutili e sfiancanti diatribe- di ottimizzare le nostre migliori risorse, di sfruttare al meglio le nostre possibilità e capacità. Ma riusciremo a fare in poco tempo, quello che non siamo riusciti a costruire in decenni? In bocca al lupo Benedetta!

Non mi sono mai sentita al posto giusto, nel momento giusto. Anche oggi come una quindicina di anni fa, ma anche meno, riprovo la stessa sensazione di disagio e di sopportazione di una condizione che ho scelto da me. È cambiato solo lo scenario. Prima una classe e io bambina. Poi dei corridoi e io adolescente. Oggi un ufficio e io giovane adulta che gradirebbe impiegare il suo tempo altrimenti. Ho 26 anni ma ho come l’impressione di essere invecchiata. Sono profondamente legata alla mia terra, la sento nelle viscere ogni giorno di più, sento il suo calore incendiarmi l’animo e implorarmi di abbandonare profili di una città emiliana che non mi appartengono, odori che non riconosco e voci sconosciute. Siamo migranti nella nostra stessa casa, ma a nessuno importa di questo fenomeno dell’abbandono a cui ci sentiamo costretti noi del meridione, pensando che dove arriviamo sia migliore di quello che abbiamo lasciato. L’esperienza mi ha fatto ricredere e ringrazio mio padre per aver scelto di farci crescere in Basilicata. Ho studiato con grande passione letteratura e instancabilmente, ho sognato di poter fare di ciò un lavoro ma non è accaduto. Ho provato e riprovato, ossessivamente, a farmi strada in un mondo che mi dipingono come elitario e per pochi, me lo descrivono come chiuso e impenetrabile, ho finito per crederci. Faccio parte di quell’esercito di giovani italiani incudini che non saranno mai martelli, che per spiccioli e rimborsi spese lavorano otto ore al giorno, al fianco di gente meno qualificata e sveglia di noi, per fare curriculum dicono. Sono estranea a quello che faccio: dalla mattina, quando mi sveglio, arrivo in un ufficio sterile e faccio la segretaria, anzi faccio la tutto fare, facendo attenzione a non prevaricare, a stare al mio posto, a non intuire troppo in fretta compiti semplici e a non sembrare troppo acuta e curiosa. Lentamente mi hanno detto, lentamente. Arriva poi la sera quando su un divano faccio voli pindarici, col quel poco di speranza e di amore verso me stessa. Visioni di un domani, un giorno migliore, in cui immagino di scappare mandando al diavolo qualcosa di cui non mi importa minimamente. Sento in me un lieve ardore, una strana sfrontatezza, un istinto primordiale che mi dice che non sarà per sempre così, che la vita è altro e che questa è solo l’ennesima storia che ci raccontano, è il loro Truman Show. Mi chiedo come sia sentirsi al posto giusto. Mi chiedo cosa significhi sentirsi veramente liberi di fare ciò che si vuole, piantare un albero di limoni, ridipingere le pareti, portare fuori il cane, leggere poesie per tutto il giorno, suonare il piano in una casa di campagna con le finestre spalancate, impastare, infornare, raccogliere, cantare. E anche oggi guardo l’orologio e aspetto il minuto, aspetto di ritornare.

Il primo pensiero che mi viene leggendo la sequela di tristezza che trapela da ogni riga è: ma se non ti piace l’organizzazione dell’ufficio vedi di crearti tu una tua attività così metti insieme un’organizzazione felice e magari assumi altre/i coetanei così da allargare il cerchio dell’allegria! Quel che mi raccomando è di continuare a colpevolizzare gli altri, sempre gli altri delle proprie incapacità o irrealizzazioni così evitiamo di guardare dentro noi stessi che siamo sempre innocenti come il sole che risplende sul mare. In oltre 40 anni di lavoro sto continuando a farmi carico della scarsa dedizione di giovani che ad ogni raffreddore si assentano per malattia e, se lavorano, alle 17 finiscono la giornata mentre gli “anziani” magari continuano fino alle 19 o alle 20 a seconda delle esigenze aziendali…perché l’azienda è come la vita e ha bisogno di cura ed attenzione. Mi fermo qui perché mal sopporto i lamenti di chi dovrebbe mettere in moto mille progetti e invece si specializza in “ferie, vacanze aperitivi e apericene” magari con le spese a carico dei genitori. Buona serata

Salve, da qualche anno dipendente di una multinazionale dell’energia elettrica, preparato per il compito assegnatomi, formazione supplementare, altri lavori prima di quest’ultimo, sempre abbastanza gravosi. Ripensando alle precedenti esperienze lavorative, contemporaneamente, rido e piango. Rido: perché da quelle esperienze ho estrapolato un minimo di esperienza ed amor proprio nonché una umanità che oggi posso solo sognare. Piango: perché, allora come oggi, il minimo di conoscenze apprese o per studio o per esperienza non è impiegato, valorizzato, sfruttato, capito, o forse fa paura a qualcuno (magari già in carriera). Pensare che in una azienda multietnica, etica, propensa elle nuove tecnologie, al risparmio energetico, attenta ai valori umani (o almeno questo si vuole far vedere al mondo), nel 2019 si tiri a campare come 50 anni fa è angosciante. Ogni giorno si arriva in ufficio, alcuni in orario, altri no, alcuni timbrano l’accesso, altri no, ognuno con le sue scuse, ognuno con i suoi silenzi. Una squadra fatta di singoli che corre ma non sa per quale traguardo, in quale direzione. Non lo sanno gli ultimi, forse non lo sanno neanche i primi, ogni giorno si deve lavorare per direttive discordanti con quelle del giorno prima, e di quelle del giorno prima ancora. Quando si chiedono spiegazioni, e qui la nota dolente, si viene presi di mira perché non allineati. Quando si prova a far capire e a dichiarare che non si vuole prender parte a questa pantomima si viene messi da parte o ancora peggio minacciati di trasferimento (se non trasferiti, mandati ogni giorno a 500 km di distanza senza alcuna direttiva, del tipo:”Vai li, ce un lavoro da fare” , si va e magari il lavoro non può essere svolto , o qualche collega del luogo lo sta già svolgendo, o addirittura è già stato concluso da giorni). Si lavora spesso in maniera astratta, scoprendo alla fine che magari una determinata attività non può essere svolta da un solo dipendente, o che non ci sono i fondi necessari; e quindi si vaga, sulle strade, nei corridoi, nel web, attendendo il termine della giornata lavorativa, che come per l’ingresso rivede gli stessi protagonisti, quei figli e figliastri che timbrano in orario, o no, o non timbrano affatto, o che addirittura si sentono, in piena autonomia, di poter abusare di ore straordinario che mai nessuno verrà a contestare o per cui verrà chiesto motivo. Mi sento ogni giorno più abbattuto, non solo nel vedere queste genti che, ad ogni livello gerarchico, in pratica “rubano” in maniera autorizzata, ma soprattutto nel pensare che, e di questo sono certo, non riuscirò mai ad essere come loro e che, per i prossimi 30 anni, il mio fegato patirà nel vederli approfittare di un sistema che non vuole essere cambiato (e non che non può essere cambiato). Forse le mie vecchie esperienza logoravano il fisico, ma lasciavano la mente aperta, libera di far valere le proprie ragioni, le proprie conoscenze (ed è per queste ultime che si era stati scelti); adesso invece la mente non conta, si è come pedine, come se per giustificare l’operato della dirigenza si debbano macinare quanti più km possibili, per far vedere che i propri sottoposti siano impegnati (in cosa, con quali risultati, con quali costi non è dato saperlo). Ovviamente non mancano gli incontri in cui ci si dice quanto si è bravi e quanto belli senza però mostrare i risultati. Spesso le scene che si vivono ricordano quelle dei film di Fantozzi, (anche i protagonisti si ritrovano nei colleghi). “Ora scappo, l’ora di libertà ….. ops, scusate!, di uscita si avvicina”. Saluti.

L’articolo a cui rispondo e che accenna alla lettera di una ventitreenne che si reputa fortunata ma che certamente non lo è perché, pur potendo costruire qualcosa (ed a questo servono le opportunità di cui si fregia di godere, se vero), le piace tuttavia essere dipendente, o dell’agiata sua famiglia o di terzi. Colta o acculturata che sia o che voglia diventare, non significa nulla se non si mette a frutto il proprio sapere. Tutti siamo stati giovani ma i più fortunati sono solo quelli che possono lanciarsi, avendo alle spalle una sicurezza che resta e deve restare solo una tranquillità. Così sono nate le attività individuali, professionali o commerciali, che hanno caratterizzato la ns. Italia, che aveva il più grande risparmio privato al quale si attenta da oltre 15 anni e devo dire purtroppo con …successo dei rapinatori che si servono delle banche e del fisco, ma che poi, dopo lo svuotamento e consumo del denaro altrui, si dovranno attaccare all’ombrellino perché il malloppo prima o poi finisce, l’inventiva produttiva di chi vuol essere libero e indipendente, no! Ciao

Buongiorno, sono spinta dalla voglia di scriverLe avendo appena letto la testimonianza di Benedetta, ventitreenne milanese, agiata colta, agli occhi del mondo, molto fortunata. Io sono una quasi trentaquattrenne calabrese, agiata colta, agli occhi del mondo, molto fortunata. Sono tornata in Calabria, a Cosenza, la mia città, all’incirca un anno fa, con mio marito. Tornata da dove? Si chiederà Lei. Tornata da un lungo cammino. Tutto è cominciato non appena finito il liceo con una splendida esperienza da universitari fuorisede, la mia romana, quella di Ernesto, milanese. Cresciuti, entrambi, con la persistente convinzione che non sia giusto improvvisarsi e che il “mestiere” vada imparato. Dove si impara un mestiere adesso? Beh.. si impara con tanta pratica, con tanta gavetta, con tanta esperienza. Apparteniamo, poi, a quella categoria umana – comune nei nostri coetanei – convinta che per fare bene quello che si vuole fare si debba studiare, specializzarsi, approfondire. Abbiamo pensato (e, nonostante tutto, lo pensiamo ancora) che avendone la possibilità è cosa buona e giusta investire in formazione nei più prestigiosi atenei privati e non. Abbiamo, quindi, conseguito un titolo per iscriverci nei rispettivi albi professionali, un master di specializzazione in uno specifico settore di competenza e ci siamo ritrovati “su” a Milano. Fortunati agli occhi di tutti perché casa a Milano è di proprietà quindi non c’è un affitto a cui far fronte e perché “con questo master che hai frequentato sei finita nei posti top”. Vero, tutto vero. All’età di Benedetta (o forse con qualche anno in più) vivevo anche io un senso di frustrazione enorme nel pensare che il tempo scivolasse via e che tutte le esperienze che stavo intraprendendo non fossero mai abbastanza. Eppure tutti avrebbero voluto quello che avevamo noi, e tutti avrebbero voluto varcare le soglie in cui ci trascinavamo stanchi e preoccupati ogni singola mattina. Chiunque per “una possibilità del genere” avrebbe sopportato orari massacranti e senso di inadeguatezza. E, in fondo, il pensiero che fosse proprio così ci ha spinto a rimanere ben ancorati alle nostre scrivanie disposti a rinunciare a tanto privato per concretizzare quello per cui abbiamo lottato dai 18 anni in poi: la professionalità. Cara Benedetta, parlo a Te e alla me di qualche anno fa, a mio marito giovane compagno di allora, ai miei amici oggi madri e padri, ieri cercatori di esperienza come me. Non è tutto vano. Non voglio dilungarmi in considerazioni sull’opportunità di una formazione professionale che comprende momenti più o meno fortunati per ognuno di noi. Voglio solo dire che noi dobbiamo dire GRAZIE a quel mix di istinto e karma che ci ha portato il bagaglio professionale che abbiamo ora. E dopo Roma e Milano (ma siano Londra, Pechino, New York, Dubai), un giorno, over trenta e appena sposato apri gli occhi e hai la forza di credere che tutto quello che hai imparato puoi insegnarlo ai luoghi da cui sei partito. E torni, torni a casa in Calabria, a Cosenza, con l’entusiasmo di sprigionare ottimismo e movimento alla tua terra talvolta un po’ dormiente. Ed ogni volta che ti chiedono: “SEI TORNATO DA MILANOOOOOO?” con la faccia attonita e sconcertata, tu rispondi, un po’ insicuro, che “SI SONO TORNATO A CASA”. Adesso la nostra frustrazione è quella di dover rispondere a questo tipo di domande, o forse, il dover accettare che ahimè non sembrano così peregrine. E di fronte ad una casa che, in certi momenti, non riconosci più, e di fronte alla nostalgia di tutte quelle che, senza saperlo, sono state le tue altre case, sei diventato un ibrido terrone melting pot. A volta ti sente inadeguato, a volte non sei capito, a volte hai chiara la consapevolezza che un percorso professionale sarà pieno di ostacoli culturali sociali e non. A volte ringrazi il sole e il mare ad un’ora da casa. A volte maledici le sonnolenza che il sole e il mare hanno regalato alla tua terra. Ma, sempre, quando ti fermi a mente lucida ti riguardi indietro e sai che la forza di FARE e DISFARE è frutto della vita girovaga che hai affrontato, della casa da universitario fuorisede, della pratica a zero euro, delle sedi di rappresentanza in cui hai lavorato avendo addirittura paura di camminarci dentro appena arrivato. E forse tutte le Benedetta di questo mondo precario e in continuo movimento, domani, potranno “connect the dots” come stiamo provando a fare noi. E in bocca a lupo a noi(quelli tornati da Milano).

Volevo solo rispondere alla lettera di Benedetta che ho letto oggi su “Vita in ufficio”. Io sono un po’ più grande di Benedetta e non di poco. Anche io, ai miei tempi, ho fortunatamente fatto parte di quella schiera di ragazzi a cui i genitori hanno potuto dare abbastanza per studiare, laurearsi e perché no seguire un master che aveva più lo scopo di farsi conoscere che conoscere. Non per questo non ho, nel frattempo, lavorato consegnando pacchi di natale, elenchi telefonici, servendo caffè in aeroporto a Londra per poche sterline, cercando di trovare quel poco di indipendenza che non tutti i ragazzi “fortunati” come me hanno potuto trovare. Grazie a quel master ho iniziato a lavorare in una delle società che Benedetta definisce “elitarie” e l’ho fatto con il desiderio di chi sapeva che stare per un po’ a testa bassa mi avrebbe permesso di alzarla al momento giusto. Ho imparato a fare posaceneri di carta per i clienti e non l’ho trovato una cosa svilente, anzi, è stato un modo per imparare a trovare una soluzione. In realtà non ho mai fatto un posacenere di carta per un cliente e non lo farei mai, ma quella cosa mi ha insegnato a cercare un appiglio anche quando tutto sembra perso e l’obiettivo sembra sempre più lontano. Ho lavorato per ore ed ore, a volte giorni, senza mai dormire, ho lavorato avendo in cambio uno stipendio non coerente con le ore lavorate ma l’ho fatto per me per costruire le basi di quello che poi sarei riuscito a fare in seguito. Ho avuto rispetto per tutti i miei capi, prendendo il meglio da tutti anche da chi non era in grado di darmi tanto. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto sapendo che poi sarebbe arrivato il mio turno, sono stato zitto quando dovevo e lo sono stato anche quando non volevo perché dovevo imparare prima di poter parlare. Ho lasciato quell’azienda molti anni fa e vi garantisco che rifarei tutto quello che ho fatto e forse anche di più. I giovani di oggi si nascondono dietro questa insoddisfazione perché pensano di avere un credito verso tutto e tutti. La frase “anche quando resti in ufficio otto ore di seguito” è la sintesi di quello che oggi i giovani pensano del lavoro. Il lavoro va guadagnato, il salario va guadagnato, il futuro va cercato e bisogna lottare affinchè sia migliore. Si deve correre quando le gambe lo permettono e quando la vita è ancora troppo facile per renderla difficile. Oggi noi che abbiamo fatto tutto questo, che siamo stati giovani un tempo, noi che abbiamo lavorato 16 ore al giorno, che abbiamo dormito con la testa sulla scrivania sapendo di avere qualche ora di riposo prima di scagliare l’ultima freccia, noi che abbiamo stretto i denti per poi mostrarli sorridendo quando l’obiettivo era raggiunto, siamo gli stessi che ci troviamo a doverci scusare con questi “nuovi” giovani che vorrebbero che la vita fosse facile per sempre. Per qualcuno forse lo sarà, per quella porzione di giovani che non devono lavorare, che non hanno bisogno di farlo e possono decidere di non farlo, ma per tutti la vita è fatta di scalate, di burroni e a volte anche di salti nel vuoto ma oggi che mi sono guadagnato la mia libertà, la mia posizione ed il mio futuro, oggi dico che avrei dovuto fare di più e non chiedere in cambio di più, perché noi siamo gli artefici di noi stessi e nessuno ha l’obbligo di regalarci nulla. Cordiali saluti, G.

Ho letto con curiosità la lettera di Benedetta, la milanese che si considera fortunata e privilegiata. Dopo un primo istintivo moto di stizza (di che si lamenta?), mi sono ricordata che anche io ero una ragazza privilegiata come lei. E anche io mi sono messa in gioco (e mortificata parimenti) appena laureata con un master e un cv di tutto rispetto. Ma tenevo a dirle che, a posteriori (ho superato i 50, ho un’ottima professione e una professionalità decisamente speciale e Benedetta potrebbe essere mia figlia), qualsiasi esperienza (anche tenere l’ombrello al capo mentre tu ti bagni…) è servita o al mio carattere o alla mia preparazione. Ogni momento, anche quelli subiti, persino l’indifferenza degli aridi, è servito, è “mestiere”. Ho cambiato tanto nel corso della mia vita lavorativa (mio malgrado, io che sono restia a qualsiasi cambiamento) e ad ogni step ho scoperto che le esperienze precedenti erano servite per fare quell’ulteriore passaggio. Avevano avuto incredibilmente (persino l’ombrello!) un senso nel mio cammino. Ora so fare molte più cose di molti miei pari grado (che si piccano di titoli e fanno i capi) e il rapporto con le persone che lavorano per me è decisamente migliore perchè io so esattamente cosa fanno e cosa provano e conosco l’importanza del loro lavoro e della loro generosa disponibilità. Cerco di insegnare il valore delle sconfitte (apparenti) anche a mio figlio quattordicenne, piuttosto restio ad ingoiarne il sapore amaro. Quindi, cara Benedetta – #ragazzafortunata – spremi ogni istante, anche le lacrime versate di nascosto, e traine la lezione che, anche in quel momento, sei fortunata (questo sì!) a poter apprendere. Per il resto, sappi che proprio in quelle circostanze stai costruendo (anche con lacrime e sangue, caffè e fotocopie) la migliore parte di te e soprattutto una vita piena di sorprese, intensa e imprevedibile. Perchè la vita è proprio così! In bocca al lupo. M.

Buongiorno, Ho 49 anni, quindi decisamente non appartengo alla generazione della ragazza che ha scritto l’articolo per il Corriere ( ne ha 23 beata lei!) Il mio esordio lavorativo risale agli anni 90 da stagista, sotto pagata, poco considerata, mal impiegata a distribuire caffè e a fare fotocopie dopo una laurea ed un master. Trovo molti aspetti in comune con l’esperienza di Benedetta eppure non mi ricordo di questo senso di frustrazione per promesse non mantenute. Ad un certo punto, forse non nel mio primo posto di lavoro , le cose sono cambiate: le persone intorno a me, gli incarichi, la percezione della mia utilità, tutto è migliorato. A 23 anni non si può essere così scarichi, disillusi, è un crimine vero e proprio verso se stessi. Il termine gavetta esiste da tanto tempo, forse un pò di umiltà non farebbe male all’umore nero di Benedetta. Cordiali saluti, M.

Sono una donna di 50 anni e vivo nella città eterna. Gli anni sono passati da quando, dopo la laurea, incominciai a cercare lavoro. Non è stato semplice, nonostante fossi laureata con il massimo dei voti e una specializzazione post laurea, trovare un posto “fisso”. Dopo vari lavoretti, a 31 anni, inizio, con un “contratto interinale”, a lavorare in un istituto di credito. Attendo cinque anni per essere assunta e vi assicuro che non è stato semplice. Passavo da essere una figura insostituibile ad un lavoratore trasparente con capacità che potevano avere tutti. In tutto questo tempo la banca assumeva e quanto assumeva! Personaggi che improvvisamente spuntavano come funghi e certamente non avevano la mia competenza e neanche la laurea. Triste destino di chi vuole farcela da solo e non capisce come sia possibile non far leva sulla meritocrazia e la competenza. Alla fine, comunque, sono stata assunta e posso dire che questo è avvenuto grazie alla mia tenacia e determinazione. Chiaramente ora vorrete sapere se la situazione sia cambiata e se vengono assunti giovani con meritocrazia e dopo una corretta selezione. La risposta purtroppo è negativa. Ma non solo, aggiungerei che anche i lavoratori ormai assunti non hanno tutti la stessa possibilità di fare carriera. Purtroppo, anche per chi è dentro il sistema da anni, si deve scontrare con chi fa carriere fulminee e chi, invece, fatica ad avere un piccolo scatto. La storia è sempre la stessa. Allora mi viene da dire, come ne usciamo da questo sistema? L’augurio che io faccio a tutti, sia ai giovani che a quelli come me ormai non più giovani, è di non arrendersi, il sistema non può e non deve essere questo. Non facciamoci imbrogliare, puntiamo i piedi e crediamo di più nelle nostre capacità. I compromessi e le facili soluzioni sono solo apparenti e non ci rendono persone migliori. G.

Buongiorno, ho letto la lettera di Benedetta, molto più giovane di me che ho 47 anni e 24 di lavoro alle spalle, ed è risuonata in me la stessa campanella che suonava quando di anni ne avevo 23 ed ero alle prese con i primi lavori. Dopo un paio di brevi esperienze di stage (in una delle quali sono stata un paio di settimane in archivio a sistemare pratiche senza vedere nessuno), sono stata assunta in banca a coronamento di un brillante (e veloce) percorso di studi includente laurea in prestigiosa università. I principali compiti affidatimi erano quelli di fare fotocopie, rilegare e distribuire i fascicoli contenenti i report che il mio ufficio produceva per l’alta dirigenza e, quando i miei colleghi non ne avevano voglia – ma in via del tutto eccezionale! – spuntare delle somme. Nessuno si è mai degnato di insegnarmi niente e spesso mi sono chiesta come mai fossi lì. A tre mesi dall’assunzione ho dato le dimissioni e quando l’ho annunciato al mio capo sono stata cacciata in malo modo dalla comunità come se avessi commesso un peccato mortale contro di essa. Lo stesso è capitato a mia sorella. Le colleghe anziane nel primo ufficio le chiedevano di preparare e servire il caffè non ai clienti, ma a loro. Sostenendo che così si inizia e da lì avrebbe dovuto passare anche lei, perché le sue qualifiche non la esentavano. Insomma, che stesse al suo posto e non si facesse illusioni solo perché, a differenza loro, laureata. Quindi, cara Benedetta, il tuo non è un problema dei giovani d’oggi, stai sicura. La delusione di incontrare persone prepotenti e impreparate, spesso insicure e che si credono in diritto di scaricare le loro frustrazioni sugli altri tiranneggiandoli per via della maggiore anzianità lavorativa, non te la racconta nessuno ma la provano in tanti. E non è necessariamente una maggiore qualifica scolastica che ti aiuterà ad evitarla. Tu però non demordere e vedrai che la tua strada la troverai. Quando prepari il caffè per i clienti, fallo volentieri. Non viverla come una mancanza di rispetto nei tuoi confronti ma come un compito che ti è stato affidato in quel momento. E siccome tu sei professionale, lo farai al meglio delle tue capacità. Ma domanda di restare anche dopo, perché vorresti imparare come si conduce una riunione o una trattativa. Se non ti accontentano, cerca un altro posto. In quello dove sei serve una figura diversa dalla tua. Soprattutto, ricordati del trattamento che hai subito e vedi di non ripeterlo. Se un ufficio è un posto dove la prevaricazione impera è perché ci siamo anche noi a fare una mano. L.

La multinazionale in cui lavoro non mi rinnova il contratto perché non faccio ore di straordinario non pagate come prassi Si parla tanto di occupazione giovanile, o meglio di disoccupazione, utilizzando statistiche che non restituiscono minimamente il mondo sommerso, oscuro, dimenticato del lavoro quotidiano dei giovani (giovani che poi sono under40, quindi non tanto giovani). Al di là dei dati falsati di occupazione precaria, freelance, a partita iva, a progetto, di riders delivery e di vari generi di schiavitù legalizzata, nessuno parla mai degli enormi, estenuanti, umilianti ricatti che tutti i giorni i datori di lavoro, forti del fatto che il lavoro è poco e bisogna tenerselo stretto a tutti i costi, per pagare affitti e mutui, costringono i dipendenti – o collaboratori precari, a tempo determinato, a tutele crescenti, e così via. Se una multinazionale come quella in cui lavoro può permettersi di non rinnovarmi il contratto perché a 30 anni – precaria e a tempo determinato – non mi fermo dopo le 18 per fare ore di straordinario non pagate, è perché questa pratica è diventata così diffusa da essere data per scontata, addirittura pretesa. È perché migliaia di giovani regalano ore di lavoro non pagate a datori di lavoro che li pongono in condizioni ricattatorie, lasciandoli senza scelta: se rifiuti, ci sarà sempre infatti qualcun altro disposto a prendere il tuo posto e star seduto per 10-11 ore al giorno in ufficio, tutti i giorni dell’anno, tranne un paio di settimane decise dall’azienda per le ferie, ovviamente non consecutive. Ma non ci sono statistiche sulla quantità di ore di straordinario non pagate che fanno i “giovani”. Non ci sono statistiche sulle ore di ferie arretrate perché i datori di lavoro le negano: le ferie sono un privilegio, non un diritto. Ed è ovviamente dato per scontato che durante le ferie si controllano le mail, si risponde su WhatsApp quando necessario. Non ci sono statistiche sulle aziende che costringono i dipendenti a lavorare anche quando sono in malattia, come se fossero indispensabili, salvo che poi gli stipendi rimangono miseramente quelli entry level di stagisti alle prime armi: la malattia è un privilegio, non un diritto. E ti spediscono il portatile a casa con la varicella, con una gamba rotta. Il problema non è la disoccupazione in sé, ma l’epocale perdita di diritti che si trascina dietro. Perché nessuno ne parla?

Non mi sono mai sentita al posto giusto, nel momento giusto. Anche oggi come una quindicina di anni fa, ma anche meno, riprovo la stessa sensazione di disagio e di sopportazione di una condizione che ho scelto da me. È cambiato solo lo scenario. Prima una classe e io bambina. Poi dei corridoi e io adolescente. Oggi un ufficio e io giovane adulta che gradirebbe impiegare il suo tempo altrimenti. Ho 26 anni ma ho come l’impressione di essere invecchiata. Sono profondamente legata alla mia terra, la sento nelle viscere ogni giorno di più, sento il suo calore incendiarmi l’animo e implorarmi di abbandonare profili di una città emiliana che non mi appartengono, odori che non riconosco e voci sconosciute. Siamo migranti nella nostra stessa casa, ma a nessuno importa di questo fenomeno dell’abbandono a cui ci sentiamo costretti noi del meridione, pensando che dove arriviamo sia migliore di quello che abbiamo lasciato. L’esperienza mi ha fatto ricredere e ringrazio mio padre per aver scelto di farci crescere in Basilicata. Ho studiato con grande passione letteratura e instancabilmente, ho sognato di poter fare di ciò un lavoro ma non è accaduto. Ho provato e riprovato, ossessivamente, a farmi strada in un mondo che mi dipingono come elitario e per pochi, me lo descrivono come chiuso e impenetrabile, ho finito per crederci. Faccio parte di quell’esercito di giovani italiani incudini che non saranno mai martelli, che per spiccioli e rimborsi spese lavorano otto ore al giorno, al fianco di gente meno qualificata e sveglia di noi, per fare curriculum dicono. Sono estranea a quello che faccio: dalla mattina, quando mi sveglio, arrivo in un ufficio sterile e faccio la segretaria, anzi faccio la tutto fare, facendo attenzione a non prevaricare, a stare al mio posto, a non intuire troppo in fretta compiti semplici e a non sembrare troppo acuta e curiosa. Lentamente mi hanno detto, lentamente. Arriva poi la sera quando su un divano faccio voli pindarici, col quel poco di speranza e di amore verso me stessa. Visioni di un domani, un giorno migliore, in cui immagino di scappare mandando al diavolo qualcosa di cui non mi importa minimamente. Sento in me un lieve ardore, una strana sfrontatezza, un istinto primordiale che mi dice che non sarà per sempre così, che la vita è altro e che questa è solo l’ennesima storia che ci raccontano, è il loro Truman Show. Mi chiedo come sia sentirsi al posto giusto. Mi chiedo cosa significhi sentirsi veramente liberi di fare ciò che si vuole, piantare un albero di limoni, ridipingere le pareti, portare fuori il cane, leggere poesie per tutto il giorno, suonare il piano in una casa di campagna con le finestre spalancate, impastare, infornare, raccogliere, cantare. E anche oggi guardo l’orologio e aspetto il minuto, aspetto di ritornare.

Buongiorno, Ho appena letto la lettera di Benedetta e mi sono cadute le braccia! Ancora una volta, penso: ma l’umiltà dov’é? Ha la minima idea che, nella vita, bisogna fare la gavetta per andare avanti? Quanti danni hanno fatto il “grande fratello” e i social: non si sa far nulla ma si pensa che, con poco e SUBITO, si possa diventare qualcuno e/o guadagnare milioni! Diversamente da Benedetta, io non provengo da una famiglia agiata: durante gli studi, ho dovuto sempre fare qualche lavoro per arrotondare e contare sulle borse di studio per mantenermi. A differenza sua, mi facevo ore di treno per andare ai corsi e per poter fare i primi stage ma ero spinto da una grinta e da una voglia di arrivare che non sento né vedo più in molti ragazzi suoi coetanei. Non mi aspettavo la pappa pronta, sapevo che nessuno mi avrebbe regalato nulla e sapevo pure di non avere santi in paradiso che mi avrebbero potuto dare una spinta! Ho studiato e lavorato tantissimo, ho sfruttato ogni minima occasione per imparare tutto quanto avrebbe potuto servirmi per il mio futuro. Ogni esperienza (anche fare il commesso i fine settimana o il guardarobiere in discoteca a capodanno) mi é servita nella vita, ho imparato qualcosa (magari, apparentemente, inutile) che, alla lunga, mi é tornata utile. Ho 40 anni, i miei primi stage rimontano a 15 anni fa: anch’io ero appena laureato e con un master in mano e anch’io mi ritrovai a adempiere a mansioni che nessuno aveva voglia di fare o compiti che reputavo inutili e che nulla avevano a che vedere con i miei studi. Ma capii molto velocemente (anzi, subito, grazie anche a capi molto intelligenti) che stava a me trasformare quelle esperienze in qualcosa di utile! Io dovevo essere curioso, dovevo essere una spugna e assorbire, carpire, “rubare”… Impregnarmi di tutto quello che mi sarebbe potuto essere utile. Sfruttare al massimo quei mesi e non aspettare che venissero gli altri ad insegnarmi il lavoro! Certo, non fu facile (e non lo é nemmeno ora che ho un posto da direttore): anch’io passai giornate intere in magazzino a catalogare, inventoriare, riordinare… Giornata a fare fotocopie e a riempire schede tecniche e a fare cose che nessuno aveva né voglia né il tempo di fare. I primi giorni ero fuori di me, ovvio! Ma ricordo benissimo che la mia prima responsabile mi disse: “so che pensi che questo lavoro non ti serva a nulla e che lo facciamo fare a te perché nessuno ha voglia di farlo e, in parte, hai ragione! nessuno ha il tempo di farlo! Però vedrai che, alla fine dello stage, capirai che te l’ho fatto fare apposta perché devi capire cosa vuol dire la logistica, come si crea una scheda tecnica, come classifichiamo i tessuti, qual é la loro composizione… Devi imparare a conoscerli e usare il nostro stesso linguaggio!”. Ebbene: aveva ragione: dopo poche settimane, capivo quello di cui si discuteva durante le riunioni e, ancora oggi, quell’esperienza in magazzino mi é tornata utile perché so leggere (nel mio attuale lavoro) schede tecniche e composizione di tessuti e codici archivio e posso tranquillamente parlare con un mio collega magazziniere del suo lavoro perché anch’io, sebbene per pochi giorni, lo feci. Anch’io ho preparato caffé, fatto fotocopie e passato delle giornate in un angolo perché i miei colleghi erano troppo impegnati. Anch’io ho avuto momenti in cui pensavo di perder tempo…. Ma avevo 25 anni e capii che stava a me trasformare quelle esperienze in qualcosa di utile per costruirmi il mio bagaglio di esperienze. Sono passati 15 anni: nel frattempo, e ora lo posso dire, ho fatto carriera. L’ambizione non mi é mai mancata ma, nemmeno e soprattutto, la dedizione e il senso di sacrificio perché i miei genitori me lo hanno insegnato fin da piccolo: le cose che si ottengono troppo facilmente e velocemente non durano! Mi sono dato da fare, ho iniziato come assistente e, negli anni, ho preso sempre più responsabilità fino a diventare direttore di un dipartimento. Nessuno mi ha regalato nulla, ho lavorato anche 12 ore al giorno e pure ora, nel ruolo di direttore, ho i miei momenti di difficoltà visto che non é facile, cara la mia Benedetta, nemmeno essere direttore! Ho degli stagisti nel mio ufficio: li seguo, li formo ma, ad un certo punto, sta a loro! Cerco di responsabilizzarli e di dar loro anche piccoli dossier da seguire autonomamente pero’ metto in chiaro fin dall’inizio che capiterà che dovranno anche passare del tempo in magazzino, che dovranno fare il caffé per i clienti durante degli appuntamenti e che faranno cose che nessuno ha il tempo di fare. Ma tutto sta a loro! La maggior parte dei ragazzi/e che sono passati, e lo ammetto, sono persone in gamba, motivate, valide e so che molti hanno poi trovato lavoro subito e sono stato felice di dar loro delle buone referenze quando é stato il momento. Alla fine degli stage quasi tutti mi hanno ringraziato, mi hanno scritto parole molto toccanti, dicendomi che, dopo 6 mesi, ripartivano con un bagaglio di esperienze e, soprattutto, con un “metodo di lavoro”! Perché é questo che si impara durante uno stage: un metodo! Le procedure cambiano da azienda ad azienda, vanno solo imparate. Ma se non si impara a lavorare, ad organizzarsi, ad anticipare e ad essere autonomi, allora lo stage non serve nulla. Dico quindi alla cara Benedetta che, a 23 anni, invece di lamentarsi, si rimbocchi le maniche perché la strada é ancora molto molto lunga e se si scoraggia adesso, allora può subito lasciar perdere tutto e cercare altro da fare. Nulla é facile (soprattutto oggigiorno), magari la strada sarà sempre in salita, magari le buone occasioni non arriveranno mai! Ma non é lamentandosi che le cose cambiano! Termino citando una frase di un film culto degli anni 80 che sembra cadere a pennello in questa discussione: “Una donna in carriera” di Mike Nichols. “Non arriverai mai da nessuno parte se aspetti che le gli eventi che desideri ti piovano dal cielo! Gli eventi bisogna provocarli!” Cordiali saluti

Non riesco a trattenermi dal rispondere alla lettera di Benedetta pubblicata il 10 aprile. Lavoro da 10 anni in una piccola impresa di Roma che fa fatica, “grazie” alle inesistenti politiche per le piccole imprese, ma riesce a sopravvivere. Siamo una ventina di dipendenti, tutti appassionati e consapevoli di essere privilegiati, ma non perché abbiamo una famiglia agiata alle spalle, ma perché abbiamo un lavoro che ci piace. Tornando a Benedetta e proprio per evitare i luoghi comuni, volevo raccontarle la nostra esperienza con gli stagisti. Qui, dopo aver fatto domanda e aver presentato un curriculum, facciamo un colloquio per capire quali sono le motivazioni che spingono il giovane a chiedere un tirocinio/stage. Se troviamo terreno fertile e se abbiamo posti disponibili, prendiamo volentieri ragazzi pronti ad imparare e il più delle volte li teniamo dopo, ma non solo. Non gli chiediamo di fare il caffè, sebbene qualche battuta spesso venga fatta, ma gli trasferiamo competenze, in modo che possano diventare bravi non solo per restare, ma anche per rivendersi dopo altrove. Investiamo molto tempo per la loro formazione perché crediamo nei giovani. E’ molto importante non generalizzare e forse, cara Benedetta, la sua posizione privilegiata le ha offuscato la vista mentre le avrebbe fatto bene lavorare fino a tarda notte come cameriera o come baby sitter, perché le avrebbe consentito di imparato il significato della parola “passione” che si può conoscere solo facendo tanta strada impervia e faticosa ovvero maturando e permettendoci di riconoscere ciò che ci sta veramente a cuore, ciò per cui valga la pena lottare.

Buonasera, sono un papà di una figlia di 20 anni che sta facendo giurisprudenza a Milano e fa parte sicuramente della categoria descritta nell’articolo dei privilegiati. Dissento però dalla visione di quella ragazza di 23 anni. Dissento perché l’Italia è costituita per l’88 percento di aziende sotto i 10 dipendenti che avrebbero bisogno invece di persone laureate che si mettono a disposizione per imparare un mestiere. Ma certo è meglio andare nella grande multinazionale o nel grande studio perché si è schizzinosi e poi si fa i fighi con gli amici… sai mi hanno preso in … ecc.ecc. Nell’azienda dove a lavoro in provincia di Brescia sono entrati ragazzi neo diplomati di 19 anni e si sono messi a lavorare sodo portando valore all’azienda nell’arco di due settimane. E stanno imparando. Non stanno facendo il lavoro dei loro sogni ne magari quello per cui hanno studiato ma iniziano a capire come funziona il mondo del lavoro, cosa sono i clienti e i fornitori. I rapporti tra i colleghi e le gerarchie aziendali. E si svegliano fuori. Non so quanti di questi rimarranno con noi ma sono sicuro che dovunque andranno saranno felici.

Buongiorno, sono rimasta parzialmente infastidita e parzialmente vicina a quanto scrive Benedetta. Faccio parte della generazione di mezzo, quella che oggi ha 40 anni, che 10 anni fa ha avuto a malapena l’opportunità di comprare un immobile (certo, con l’aiutino di papà e un mutuo trentennale..). Ho fatto un lavoro d’ufficio per 11 anni prima di diventare mamma. Lavorare in ufficio accanto a colleghe invidiose della mia laurea che era servita solo come biglietto da visita al momento del colloquio è stato svilente, ma almeno mi ha dato l’opportunità di imparare un mestiere vero e di mettere da parte qualche risparmio. Poi c’è stata la crisi e anch’io sono diventata un di più per i miei datori di lavoro…tanto più che temevano una mia imminente gravidanza.. Una volta diventata mamma sono stata “graziata” del mio lavoro e soprattutto della possibilità di tornare ad avere un lavoro da dipendente, così mi sono inventata un altro mestiere investendo i miei ultimi risparmi in un corso privato. E adesso, a 40 anni suonati, mamma, mi trovo anch’io a fare da stagista come te cara Corinna. Da quando sono mamma non ho guadagnato un euro e mi trovo ad essere economicamente dipendente dal mio compagno esattamente come accadeva alle donne sessant’anni fa.. Cosa abbiamo imparato da tutto ciò? Che la vita è dura? Che nessuno ti regala niente? Che è colpa delle generazioni passate o dell’attuale governo? Personalmente ho imparato che è importante essere furbi e studiare ogni strategia se non si vuole essere messi da parte, ma non mi pento del mio comportamento onesto e non credo che imparerò mai veramente a fare ciò in cui non credo. Tu che fai parte del futuro fai tesoro delle esperienze che fai, non mettere da parte te stessa e i tuoi bisogni però ricordati che, finché il profitto economico sarà l’obiettivo principale di questa società, il mondo del lavoro è e sarà sempre un mondo di squali. Grazie della lettura


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