Toniolo: l’oro di Banca d’Italia non è il tappabuchi del debito Quei lingotti in pegno nel ‘74


«Ma qualcuno forse pensa che la Banca d’Italia sia da mettere in liquidazione? Perché in questo caso sarebbe sì di un qualche rilievo interrogarsi sulla proprietà dell’oro, o meglio delle riserve detenute da Via Nazionale. Diversamente…». Gianni Toniolo insegna Storia dell’economia alla Luiss e ne ha lette, viste e sentite parecchie sulla questioni relative a chi appartengano e per cosa potrebbero essere utilizzati i lingotti «di Stato», «della Patria», «dei cittadini», delle «banche» o di qualunque cassaforte si desideri parlare, strumentalmente o meno. Questioni, proprietà e destinazioni, che ricorrono ciclicamente. Soprattutto quando il ciclo dimostra un particolare affanno riguardo alla nostra «questione madre»: il debito pubblico.

«Non sono un giurista, ma…», premette Toniolo. Ma? «Non è certo riservato alla esclusiva competenza dei giuristi ricordare che tutte le banche centrali, nazionalizzate oppure no, hanno per statuto, regole domestiche e internazionali ferree (o sarebbe questo il caso di dire dorate) autonomia e indipendenza nella gestione delle passività, anzitutto la circolazione monetaria, e delle attività, cioè il patrimonio costituito anche dalle riserve valutarie in dollari, euro, yen, renmimbi e in oro». Che poi tra l’altro, sottolinea Toniolo, se anche solo guardiamo all’Italia, quarta al mondo per oro detenuto a riserva dopo Fed, Bundesbank e Fmi, i lingotti hanno un valore assolutamente frazionale rispetto al debito pubblico: parliamo di 90 miliardi contro 2.400. «A maggior ragione non mi è chiaro, o diciamo meglio, non mi appare immediatamente trasparente, perché se ne parli così con una certa periodicità».

Tanto più, aggiunge lo storico ed economista, se si considera che oggi le riserve e l’oro, benché non abbiano più alcuna corrispondenza con la moneta in circolazione, rappresentano però un «tesoro di ultima istanza», l’argenteria di famiglia a disposizione in caso di estrema necessità. Come, ricorda, è successo nel 1974: «L’Italia era alle prese con una forte “crisi di credibilità”, la lira stava crollando ed era in corso una grande fuga di capitali all’estero. L’Italia allora ha chiesto un prestito, che è stato concesso dai tedeschi solo a fronte di un pegno in oro. Dopo circa quattro anni lo abbiamo restituito e l’oro è stato “liberato” dal vincolo».

Ha rilievo, in termini sempre di proprietà, il fatto che queste tonnellate di oro siano tutte o meno depositate nei forzieri italiani? «No. Molte banche centrali tengono parte dell’oro in deposito all’estero. Buona parte delle riserve auree mondiali stanno fra New York, Londra o la Svizzera».I costi di custodia sono relativamente bassi, la sicurezza è massima, la gestione attiva per trarne un rendimento è più agevole. Non è d’altronde mai successo, tranne nella seconda guerra mondiale, che chi avesse in deposito oro di banche straniere ne rivendicasse la proprietà. Stiamo tranquilli: l’oro, ovunque sia, resta nella totale e piena disponibilità della Banca d’Italia, che può farne ciò che meglio crede in qualsiasi momento. Tutto ciò è, fra l’altro, regolato da prassi e trattati internazionali». Non va dimenticato, prosegue Toniolo, «che in parte anche grazie a una prudente e attiva gestione delle riserve, la Banca d’Italia versa ogni anno al Tesoro, fra la quota di utili che spettano allo Stato e imposte una cifra considerevole: l’anno scorso oltre 4,9 miliardi. In altre parole, in buona sostanza tutto quello che è di Banca d’Italia è già dello Stato».

Inoltre, «e forse è questa la cosa più importante», quando si pensa a Bankitalia si perde talvolta di vista che fa parte del Sistema delle banche centrali europee, l’Eurosistema, regolato da trattati internazionali. E così quando, fra il 2007 e il 2009, dopo che sia dal centrosinistra sia dal centrodestra erano venuti suggerimenti rispetto alla parziale vendita o alla tassazione delle plusvalenze relative alle riserve auree, «Jean Claude Trichet, predecessore di Mario Draghi alla presidenza della Bce, ha detto chiaramente che il finanziamento diretto ai governi non era consentito». L’oro «non può essere usato come tappabuchi per il debito pubblico».

11 febbraio 2019 (modifica il 11 febbraio 2019 | 22:14)

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