Tesoro di Gheddafi (e della Libia), caccia ai miliardi tra i misteri


Tesoro di Gheddafi (e della Libia), caccia ai miliardi tra i misteri
Muammar Gheddafi

Miliardi, decine di miliardi di euro, 400 secondo cifre circolate all’epoca del crollo del regime: è il tesoro forse più consistente, più nascosto e più misterioso al mondo. Ma esiste davvero il tesoro libico di Gheddafi di cui ogni tanto si racconta? O è una leggenda, una favola, come quella della famiglia Spada che fece la fortuna e innescò le vendette del Conte di Montecristo di Dumas? O come quella del capitano Flint ne «L’Isola del Tesoro» di Stevenson?

L’oro di Gheddafi, cioè l’immenso patrimonio depositato all’estero ai tempi del regime, c’è ma non si sa quanto ce n’è. È in parte introvabile, inafferrabile e dal perimetro incerto. Un po’ come la pace e l’unità nazionale oggi in Libia. Sta a metà tra il mito e i conti sparsi qua e là: nelle banche svizzere, in Belgio dove molti miliardi sono depositati in Euroclear, dietro fiduciarie di Malta, a Manama capitale del Bahrein.

E forse anche in Italia dove si sta alzando il velo sui conti dell’Ambasciata libica. È una vera caccia al tesoro, anzi ai tre forzieri. Il primo è quello «ufficiale», di Stato, ed è abbastanza definibile: per una parte rilevante corrisponde al portafoglio del fondo sovrano Libyan Investment Authority-Lia (67 miliardi di dollari dichiarati anni fa ma oggi tutti da verificare) il cui presidente, Ali Mahmoud Hassan Mohamed, è appena finito in galera con l’accusa di corruzione.

Il secondo tesoro, a cui danno la caccia gli stessi libici, è quello che la famiglia Gheddafi è riuscita a nascondere all’estero e al proprio popolo (le inedite carte di un’oscura compagnia di navigazione veneziana raccontano, come vedremo, dell’avidità di Hannibal Gheddafi e del suo personale «bottino»). Il terzo, il più sfuggente, è quello degli alti burocrati che ai tempi del regime incassavano, quasi sempre in Svizzera, le «creste» su ogni tipo d’affare.

Da anni cercano di stanare questo gigantesco patrimonio decine di agguerritissimi avvocati per conto di aziende e organizzazioni internazionali creditrici della Libia. In Belgio si sta giocando una partita giudiziaria durissima. In Italia un avvocato romano, Giuseppe Cignitti capofila di creditori per oltre 100 milioni, da sette anni bracca i beni libici ovunque.

Il principe Laurent del Belgio con la moglie Claire
Il principe Laurent del Belgio con la moglie Claire

A Bruxelles la guerra legale è stata scatenata dal principe Laurent, fratello del re. Tutto comincia nel 2008 quando il Global Sustainable Development Trust (Gsdt), fondato dal principe, firma un contratto da 70 milioni con la Libia per il rimboschimento di migliaia di ettari nel nord del Paese. Ma nel 2010 la Libia rompe unilateralmente il contratto. E subito dopo Tripoli piomba nel caos e nella guerra. I beni libici all’estero vengono in gran parte congelati con risoluzioni internazionali e Muammar Gheddafi a ottobre 2011 viene catturato e ucciso dalle forze ribelli.

I miliardi del Belgio

Il trust avvia subito una serie di procedure legali internazionali e da poco ha ottenuto l’ultima sentenza esecutiva: lo Stato libico deve rimborsare 48 milioni di dollari. Ma nulla si muove. E allora gli avvocati del principe vanno dritti ai sequestri. Le risoluzioni internazionali del 2011 avevano congelato gran parte del tesoro, almeno quello conosciuto. E in Belgio c’era una fetta da 14 miliardi, per lo più titoli depositati in Euroclear (una sorta di «parcheggio» internazionale) e di proprietà del fondo sovrano Lia. Titoli che in tutti questi anni hanno maturato miliardi di dividendi, sfuggiti – a quanto risulta – al congelamento. E anche ai creditori dello Stato libico, ammesso che il fondo Lia possa essere considerato parte dello Stato. Tentando di aggredire quel ben di dio in Euroclear i legali del trust hanno però trovato molto meno dei 14 miliardi iniziali. Il sospetto è che siano spariti 9 miliardi. Possibile? Un errore? È un enigma nel mistero. Tra conferme e smentite la questione in Belgio resta aperta e anche un’inchiesta per riciclaggio.

La sede di Bank Abc in Bahrein
La sede di Bank Abc in Bahrein

Forse ai belgi un salto nel Golfo Persico potrebbe essere utile, sulla base dell’esperienza di casa nostra. A Manama, capitale del Barhein, sono infatti custoditi pezzi del tesoro libico. Nella «Diplomatic Area» si alzano tra le palme i dieci piani di un edificio moderno con l’insegna Abc. È la sede della Arab Banking Corporation, 3.674 chilometri in linea d’aria da Tripoli. Ma la Abc è controllata dalla Banca centrale di Tripoli. Ed è lì a Manama, per esempio, che il fondo sovrano Lia depositò tre anni fa i 630 milioni di euro in titoli dell’Eni, pari all’1,1% del capitale. È assai probabile che non sia l’unico pacchetto in custodia in Bahrein dove, tra l’altro, vengono staccati i dividendi e dunque viene gestita una rilevante liquidità. Tra l’altro Abc ha una filiale anche in Italia, a Milano, ultimo tassello del puzzle che Gheddafi costruì nel nostro Paese con le partecipazioni in Fiat, Bancaroma, Tamoil, Juventus, Triestina Calcio, Banca Ubae (controllo)e poi Finmeccanica, Eni, Retelit, Unicredit ecc. Indimenticabile anche il fugace passaggio nella serie A di calcio del figlio brocchissimo Saadi, ingaggiato nel 2003 dal Perugia di Luciano Gaucci che per il favore ottenne prestiti da Banca Ubae.

È proprio sui beni libici in Italia che ha puntato Giuseppe Cignitti, per conto di imprese creditrici del Paese nordafricano. Una serie di azioni legali sono state appoggiate anche dagli avvocati del principe Laurent. Ora la partita si sta giocando sui conti bancari. Dopo l’ordine di esibizione dei giudici sono spuntati 13 conti correnti presso Ubae (68% Libyan Foreign Bank e 11% Unicredit) intestati all’ambasciata libica. Secondo l’avvocato i saldi attivi sarebbero stati superiori ai 19 milioni e i movimenti in contanti intorno ai 9 milioni tra il 2013 e il 2017, «enormemente sproporzionati rispetto all’operatività di un’ambasciata di limitate dimensioni». Naturalmente i diplomatici libici, con buone ragioni che i giudici valuteranno, cercano di dimostrare il contrario, resistendo nel frattempo anche a due decreti del Tribunale di Roma che «Ingiungono allo Stato della Libia» di pagare oltre 1,5 milioni alla clinica Villa Salaria. Si tratta di una serie di prestazioni mediche, mai saldate, a partire dal 2011 «in favore di cittadini libici feriti in guerra» («fratture», «trauma spinale», «amputazione braccio» ecc) e trasportati a Roma con aerei militari in accordo con il ministero degli Esteri italiano.

Nel frattempo da un accesso all’archivio dei rapporti finanziari dell’Agenzia delle Entrate emergono 5 rapporti di conto corrente dell’ambasciata libica in Unicredit, banca di cui Tripoli è stata tra i principali soci fino a poco tempo fa. Potrebbero essere rapporti del tutto funzionali all’attività ordinaria della rappresentanza diplomatica ma lo si saprà con certezza molto presto: il giudice ha stabilito che quei conti dovranno essere esibiti ai creditori entro il 30 maggio. Fino a poco tempo fa le banche facevano muro o negavano qualsiasi rapporto.

Una delle navi della veneziana Motia
Una delle navi della veneziana Motia

Intanto tracce dei fondi neri della famiglia Gheddafi spuntano a sorpresa dalle carte inedite, che il Corriere ha consultato, di una compagnia di navigazione veneziana. Si chiama Motia fa capo a tre finanziare olandesi (riconducibili alla famiglia Zacchello) ma un 25% è in mano anche al Banco Bpm. È proprietaria di 9 navi-cisterna per il trasporto di liquidi e ha tra i clienti l’Eni che utilizza due navi al canone giornaliero di circa 14mila dollari ciascuna. L’azienda, che è in crisi e ha chiesto il concordato, ha in corso un arbitrato a Londra. L’antefatto è la vendita nel 2009 di due petroliere alla compagnia di navigazione di Stato libica, in sigla Gnmct. Gnmct rilevò le due petroliere al prezzo di 28,4 milioni ciascuna, attraverso due società maltesi sue controllate.

Hannibal Gheddafi e la moglie Aline Skaf
Hannibal Gheddafi e la moglie Aline Skaf

Il negoziato prevedeva una commissione del 10% da pagare alla società libica Babel Shipping. Dunque 6 milioni da «retrocedere» sul totale incassato. Motia in buona fede paga e fattura. Ma 8 anni dopo, nel 2017, riceve una citazione arbitrale a Londra da parte di Gnmct che vuole quei 6 milioni (più 4 di interessi). Il motivo? «Il presidente e i due membri del consiglio che condussero la negoziazione erano in accordo con Hannibal Gheddafi e avevano tenuto nascosta agli altri membri del cda l’esistenza della commissione». Inoltre i pagamenti ricevuti da Babel Shipping, che in cassa aveva 60 milioni di dollari frutto di altre commissioni, «venivano poi girati – sostengono oggi i libici – sul conto personale di Hannibal Gheddafi».

Motia per salvare il concordato ha trovato un accordo transattivo, ma questa vicenda periferica e sconosciuta dà l’idea di quanto denaro possa essere finito sui conti della famiglia e di quante strade possa aver preso. La caccia al tesoro continua.


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