Tennis, i top sono 20 made in Italy però dietro la Giorgi c’è il vuoto


In Italia decolla il governo Cossiga. In Cambogia viene deposto Pol Pot. In Iran assume il potere l’ayatollah Khomeini. Nel Regno Unito Margareth Thatcher è la prima donna primo ministro. In Giappone nasce il walkman. In Iraq Saddam Hussein diventa presidente della Repubblica. In Messico Pietro Mennea stabilisce il record del mondo nei 200 metri piani (19”72). E due tennisti italiani, per due settimane (28 maggio-11 giugno), entrano nei top 20 del ranking: Corrado Barazzutti numero 16 e Adriano Panatta numero 19. Correva il 1979.

Trentanove anni e quattro mesi abbondanti più tardi, oggi, rieccoci. Fabio Fognini 14° nella miglior stagione in carriera (tre titoli — San Paolo, Bastad, Los Cabos — e una finale perduta a Chengdu però il miglior ranking resta il 13° posto del marzo 2014) e Marco Cecchinato 19° grazie a Parigi, Umago e agli ottavi nel Master 1000 di Shanghai, nono azzurro nell’era Open a sfondare il muro dei venti. Dal 1979 al 2018 è stato un lungo viaggio che l’antenato Paolo Bertolucci (n. 12 nell’agosto del ‘73) riassume così: «Il momento infelice del tennis italiano maschile è alle spalle e il doppio traguardo di Fabio e Marco non va sottovalutato. Nel tennis, dai miei tempi, è cambiato tutto. Adesso è molto più difficile: il gioco è più atletico, i confini si sono allargati. Giocavano 30 nazioni, oggi sono 250». Finisce qui Paolo? «Ma no! Nadal è fermo. Murray non sta bene. Wawrinka arranca. Ferrer è arrivato. Federer non è più lui. Si aprono spazi interessanti per tutti. Di Fognini, nel bene e nel male, sappiamo ogni cosa: talento che avrebbe potuto fare di più ma diventato solido, ha esperienza e soprattutto ha capito, erba a parte, di poter giocare bene ovunque. Cecchinato è stato una strenna natalizia in anticipo: è arrivato all’improvviso con la semifinale meravigliosa al Roland Garros, poi ha scoperto il cemento, di cui sapeva nulla. Che sia entrato nei top 20 significa che è un tennista vero, non una meteora».

E il momento magico delle racchette azzurre non si ferma ai maschi: aggiudicandosi il torneo di Linz (6-3, 6-1 alla russa Alexandrova), Camila Giorgi rompe un tabù e si annette il secondo titolo della carriera a tre anni di distanza da s’Hertogenbosh 2015. Oggi centra il best ranking nella stagione in cui ha raggiunto i quarti di finale a Wimbledon: n. 28 scavalcando Sua Divinità Maria Sharapova. Un trionfo su tutti i fronti, uomini e donne, nel giorno in cui Novak Djokovic re di Shanghai (18ª vittoria consecutiva, 72° titolo in carriera, 32° Master 1000 a una sola lunghezza dal record assoluto di Rafa Nadal) torna numero 2 della classifica mondiale. «Il vero miracolo di Cecchinato è stato risvegliare Djokovic — scherza ma non troppo Bertolucci —, un peccato che gli altri top player non gli perdoneranno».

Non è tutto oro quello che luccica, però. Dietro Fognini e Cecchinato c’è un movimento: Berrettini n. 54 ma non solo. Dietro la Giorgi il vuoto. «Peccato non aver sfruttato la generazione delle fenomene (Schiavone, Pennetta, Vinci, Errani) — dice la pioniera Raffaella Reggi —. È mancata la costruzione del futuro. Non vedo miglioramenti nella tattica però Camila ha sempre avuto gran potenziale: per me è da top 15, e Fognini da primi dieci». Auguri.

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14 ottobre 2018 (modifica il 14 ottobre 2018 | 21:45)

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