Svimez: manovra pro Sud, il 63% del reddito di cittadinanza ai meridionali


Il Sud assorbir circa il 63% del reddito di cittadinanza. Parola di Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno che ha presentato il Rapporto 2018 (che da quest’anno non pi solo sull’economia ma anche sulla societ del Mezzogiorno) corredandolo con uno studio sugli effetti della manovra al Centro-Nord e al Sud. Un’analisi basata sulla ripartizione territoriale degli interventi previsti, sia in termini di minori entrate che di maggiori spese: nel biennio 2019-20 il Sud beneficer di circa il 40% delle minori entrate e di oltre il 40% delle maggiori spese. Nelle sue linee essenziali, quindi, le misure espansive andrebbero a vantaggio del Mezzogiorno, soprattutto perch le spese per le quali si prevede l’incremento pi significativo sono quelle delle prestazioni sociali e dei consumi collettivi, sostenute dal pensionamento anticipato (Quota 100) e dall’avvio del reddito di cittadinanza.

Sussidio per 1,8 milioni di famiglie

E proprio dall’analisi degli effetti del reddito di cittadinanza emergono gli impatti pi significativi. Il primo che, secondo Svimez, il reddito di cittadinanza avvantagger il Mezzogiorno che ne assorbir circa il 63% . Ma gli 8 miliardi previsti (al netto di 1 miliardo destinato alla riqualificazione dei centri per l’impiego) non basteranno per tutti: la misura consentirebbe di ampliare significativamente la platea dei destinatari rispetto all’attuale reddito di inclusione, ma non di assicurare il raggiungimento della soglia dei 780 euro indicata dal governo, in quanto, secondo i calcoli della Svimez, per il raggiungimento di tale soglia servirebbe uno stanziamento di circa 15 miliardi. Con le risorse attuali, prendendo a riferimento le famiglie con Isee inferiore a 6mila euro e pur tenendo conto che circa il 50% potrebbe avere una casa di propriet, possibile erogare un sussidio compreso tra i 255 euro per una famiglia monocomponente e i 712 per una con 5 o pi componenti, a circa 1,8 milioni di famiglie.

L’impatto sul Pil

Passando all’analisi dell’impatto dei provvedimenti contenuti nella manovra sull’evoluzione del Pil al Centro-Nord e al Sud, secondo l’analisi Svimez darebbe un impulso positivo nel Mezzogiorno di circa lo 0,3% nel 2019 sull’aumento previsto del Prodotto interno lordo dell’1%, e di poco pi dello 0,4% nel 2020 sul Pil ipotizzato in crescita dello 0,9%. Nel Centro-Nord, i valori risultano decisamente inferiori, quasi lo 0,2% nel 2019 e 0,24% nel 2020. Secondo Svimez ci, da un lato, va valutato positivamente, alla luce della forte caduta dei redditi nel Mezzogiorno che ha generato un significativo aumento della sofferenza sociale, ma, dall’altro, l’impatto sul Pil del Sud resta basso, e in calo negli anni, per la stagnazione del sistema produttivo. Ci soprattutto perch non previsto un significativo incremento degli investimenti, mentre solo maggiori risorse potrebbero stimolare la crescita dell’economia meridionale.

Lo spread alto penalizza di pi il Sud

C’ poi un altro aspetto da considerare: lo spread alto danneggia pi il Sud del Centro-Nord. Ipotizzando che nel 2019 e nel 2020 sia di poco inferiore ai 300 punti, secondo Svimez lo spread ai livelli attuali comporterebbe una minore crescita nel 2019 al Sud di circa lo 0,33% e nel 2020 dello 0,35%. Nel Centro-Nord l’effetto sarebbe, invece, dello 0,22% il prossimo anno e dello 0,25% il successivo. Da queste cifre scaturiscono due considerazioni: prima, un incremento stabile nel costo del debito limita fortemente l’efficacia espansiva delle misure redistributive adottate. Secondo, l’effetto negativo dell’innalzamento dello spread sarebbe maggiore nel Sud, in quanto un maggior differenziale dei tassi comporta una diminuzione degli attivi netti del sistema bancario, riflettendosi in un razionamento dei prestiti alla clientela. E ci colpirebbe di pi gli investimenti delle imprese meridionali, le quali hanno maggiori bisogni finanziari che non sempre riescono a soddisfare.

Le previsioni per il 2019

La Svimez stima per il 2019, all’interno di un rallentamento ulteriore dell’economia italiana (dall’1,5% del 2017 all’1,2 % del 2018 e all’1,1% del 2019 e 2020), un leggero recupero dell’economia meridionale e un rallentamento di quella del Centro-Nord: nel Sud il Pil all’1,4% del 2017 scende allo 0,8% nel 2018 per poi risalire all’1% nel 2019; nel Centro-Nord, invece, la caduta continua dall’1,5% del 2017 all’1,3% del 2018, all’1,1% del 2019. L’anno prossimo, sarebbero i consumi totali (+1% in entrambe le macro-aree) i driver della crescita, trainati da quelli delle famiglie i quali trarrebbero vantaggio significativamente dal Reddito di cittadinanza e quota 100. E di ci beneficerebbe di pi il Sud, dove la spesa delle famiglie cresce dallo 0,8% del 2018 all’1,4% del 2019 (Centro-Nord: 2018 +1%, 2019 +1,2%). Sempre nel 2019, gli investimenti totali, dopo una crescita sostenuta, resterebbero positivi ma con percentuali pi contenute: 2,6% nel Mezzogiorno, 2,9%, nel Centro-Nord. Le esportazioni, risentendo del previsto rallentamento dell’economia mondiale, aumenterebbero nello stesso anno dell’1,9% al Centro-Nord, dopo il 3% del 2018, a fronte di una sostanziale stasi nel Sud (+1,6% sia nel 2018 che nel 2019). L’occupazione, espressa in unit di lavoro, dovrebbe continuare ad aumentare: +0,8% nel Sud e +0,6% nel Centro-Nord. Nel 2020, il Pil nel Centro-Nord (+1,1%) e nel Sud (+0,9%) ricalca a grandi linee il trend del 2019.

La cittadinanza limitata dei meridionali

Da quest’anno, a 44 anni dalla sua prima edizione, il Rapporto Svimez ha cambiato il titolo introducendo un esplicito riferimento alla societ. E proprio sotto il profilo sociale si evidenzia l’ampliamento delle disuguaglianze territoriali, fotografate, secondo Svimez, dagli indicatori sugli standard dei servizi pubblici, in particolare quelli socio-sanitari che maggiormente impattano sulla qualit della vita e incidono sui redditi delle famiglie. Come testimonia il dato sul grado di soddisfazione dei cittadini per l’assistenza medico ospedaliero: al Sud solo 143 mila su 530 mila ricoverati lo sono (il 27%), nel Centro-Nord 566 mila su 1.270 mila (il 44,6%). Secondo Svimez la cittadinanza limitata connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, incide sulla tenuta sociale del Sud e rappresenta il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo. Ancora oggi a chi vive nelle aree meridionali, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano, o sono carenti, diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di vivibilit dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneit di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia. La Svimez denuncia una marcata divaricazione tra partecipazione all’istruzione e scolarizzazione. Nella scuola primaria, nell’anno scolastico 2016-2017, il tempo pieno c’ stato in oltre il 40% degli istituti del Centro-Nord, mentre al Sud ha riguardato appena il 16% delle scuole e addirittura il 13% nelle isole. Inoltre, i tassi di partecipazione al Sud sono s superiori al 95%, ma il tasso di scolarizzazione dei 20-24enni notevolmente inferiore, a causa di un rilevante e persistente tasso di abbandono scolastico.

L’emigrazione continua

C’ poi da considerare un altro aspetto, il basso tasso di occupazione per i diplomati e i laureati nel Mezzogiorno a tre anni dalla laurea testimoniato, secondo la Svimez, da questi dati: appena 70 mila su 160 mila (43,8%), contro i 220 mila su 302 mila (72,8%) del Centro Nord. Ci spiega perch negli ultimi 15 anni c’ stato un aumento dei giovani del Sud emigrati verso il Centro-Nord e/o l’estero: nell’anno accademico 2016-2017, i giovani del Sud iscritti all’universit sono circa 685 mila circa, di questi il 25,6%, studia in un ateneo del Centro-Nord. Nello stesso anno accademico il movimento migratorio per studio ha interessato, quindi, circa il 30% dell’intera popolazione rimasta a studiare in atenei meridionali. Ci, secondo la Svimez, comporta, oltre alla perdita di capitale umano, una minore spesa per consumi privati, in diminuzione al Sud, e una minore spesa per istruzione universitaria da parte della Pubblica amministrazione. Ma non emigrano solo i giovani: le perdite di popolazione pi rilevanti si registrano proprio nelle regioni meridionali, con meno 146 mila abitanti trasferitisi dal Sud solo nel biennio 2016-2017, come se fosse sparita una citt meridionale di medie dimensioni tipo Foggia o Salerno. Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti, pari a due volte la popolazione di Napoli: la met giovani di et compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si trasferito all’estero. E quasi 800 mila non sono tornati. E secondo le previsioni Istat e Svimez si delinea per i prossimi 50 anni un percorso di forte riduzione della popolazione, in particolare nel Mezzogiorno, che perder 5 milioni di abitanti, molto pi che nel resto del Paese, dove la perdita sar contenuta a un milione e mezzo.

Fico: Il Paese si interroghi sul Sud

Per questo l’Italia deve interrogarsi sul futuro del Sud, come auspica il presidente della camera Roberto Fico, nel saluto che ha preceduto la presentazione del Rapporto Svimez 2018: Credo fortemente nel nostro Sud Italia e credo che oggi sia l’opportunit pi grande che il nostro Paese ha per creare sviluppo, investimenti e valore aggiunto. Purtroppo i dati del Rapporto Svimez non sono confortanti e tutto il Paese si deve interrogare, ha aggiunto il Presidente. Il Sud il luogo migliore nel quale fare politiche lungimiranti ed investimenti come ad esempio nell’energia, nelle tecnologie, nell’ istruzione, ha spiegato Fico, aggiungendo che bisogna comprendere che tipo di Sud vogliamo. Il presidente della Camera ha quindi sottolineato che occorre fermare l’emigrazione dal Sud, concludendo che il Sud Italia la chiave di svolta per invertire la tendenza della nostra economia.

8 novembre 2018 (modifica il 8 novembre 2018 | 11:12)

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