Su obiettività, paraculismo e cerchiobottismo –


Mi sta bene “equilibrato”. Non obiettivo. L’obiettività è una bufala. Volgarmente paraculismo. Dottamente cerchiobottismo. Misto di tremarella e ipocrisia, un finto atteggiamento super partes per non prendere parte, per non dire le cose come stanno timorosi di dispiacere a destra e a manca. Anti giornalismo se si pensa all’origine di questo mestiere che ha perso i suoi valori di denuncia e di libera opinione, cedendo alla faziosità non personale ma padronale. Lavorando con Enzo Biagi, tanti anni fa, ebbi modo di cogliere un suo insegnamento – forse il più importante – che ho tradotto in un motto elementare: “Non sempre ho scritto tutto quello che volevo, non ho mai scritto quello che non volevo”. In dissidio con la proprietà del giornale che dirigeva, preferì dimettersi piuttosto che allontanare un paio di colleghi che avevano preso posizioni nette (troppo nette, secondo l’editore) delle quali si riteneva corresponsabile essendo – mi scusi il gioco di parole – il Direttore Responsabile. È capitato anche a me, e lo dico senza esibizione di eroismo: è un diritto esprimere liberamente le proprie opinioni, è un dovere ritirarsi quando queste contrastino il rapporto fiduciario. Indro Montanelli, poi, con la sua irraggiungibile bravura, sentenziò “il mio padrone è il lettore”. Essere fazioso – come ho sempre ammesso di essere – è fra l’altro il contrario di essere neutrale e la neutralità è professione di diplomazia. Non di giornalismo. Il grande Giovannino Guareschi, letto in tutto il mondo perché tradotto in tutte le lingue, giocava con il lettore di “Candido” pubblicando in prima pagina due commenti alla stessa notizia in due diverse rubriche: “Visto da sinistra” con commento firmato Spartacus, “Visto da destra” con firma di Caesar. Chiaro, no?

Poi, eccomi giornalista sportivo alle prese con grandi passioni e forti emozioni. Fazioso: come Gianni Brera che attaccava Rivera e Oreste Del Buono che lo difendeva, entrambi promotori di una faziosità ufficiale e diffusa che creò – e Brera di nuovo bravo a fornirne la sintesi – la Scuola Italiana dei Difensivisti e la Scuola Napoletana degli Offensivisti o Qualunquisti, come sempre io li chiamai essendo un appassionato seguace di Guglielmo Giannini, fondatore de “l’Uomo Qualunque” (e suocero di Fulvio Bernardini) fino a quando proprio Brera mi convertì alla suareligione. Personaggi di grande popolarità, giornalisti affermati e rispettati, Brera e Gino Palumbo erano i duellanti più seguiti di quel tempo, Giovanni dalle colonne del “Giorno” e del “Guerin Sportivo”, Gino come capo dello sport del “Corriere della Sera” che il feroce Brera aveva ribattezzato “Partenope Sera” per i tanti “sudisti” che vi lavoravano. Un giorno Brera attaccò l’uomo di punta, la penna più amata del “Corriere”, Antonio Ghirelli, con tale spietatezza che l’amico e conterraneo Palumbo venne addirittura alle mani con lui nella tribuna stampa di Brescia mollandogli un ceffone e ottenendo in risposta un breriano sergozzone (uppercut o montante). Faziosissimi, certo giornalismo di oggi – fondamentalmente spaventato – li criticherebbe, lasciandosi superare dal “banalismo” imperante. È talmente vero che, avendo spesso difficoltà con giornalisti timorosi di Dio, di Allegri, di Spalletti e di Ancelotti, oggi l’Opinioneviene esercitata soprattutto da ex calciatori, ex allenatori, ex di tutto spesso strapagati, mentre i giornalisti fanno gli obiettivi. Acqua fresca. Nel dettaglio, il buon Monchi è retribuito di saggi e generosi consigli da un giornale che ha a cuore fortissimamente il destino della Roma ahinoi travolta da tanta obiettività che sfocia nel disinteresse. Di questo passo non mi stupirei se sentissi gridare “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”. Era Peter Finch in “Quinto potere”. Ma forse siamo arrivati al Sesto, o al Settimo… E pensi che io – ormai vecchio – vengo dal tempo di “Quarto potere” di Orson Welles…


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