Star Trek discovery e The Orville: un confronto spaziale –


Premesso che quelle che seguono sono opinioni personali di chi scrive (nessuna verità assoluta, dunque), possiamo spingerci a sostenere che nelle serie televisive, particolarmente nel genere della fantascienza, la comparsa della prima serie di Star Trek, creata da Gene Rodenberry, è stata un momento spartiacque, tale da definire un prima e un dopo per la fantascienza sul piccolo schermo.

Sappiamo ormai che nel DNA della “Pista delle Stelle” (vi ricordate quando qualcuno traduceva in Italia il titolo della serie così?) hanno concorso le storie western delle carovane dei pionieri che si spingevano verso l’Ovest americano e quelle degli avventurosi equipaggi di macchine avveniristiche quali i sommergibili e che su questi canoni narrativi Roddenberry costruì, episodio dopo episodio, un mondo futuro che parlava dei conflitti della guerra fredda, del desiderio di un futuro di fratellanza ed esplorazione, di rispetto nei confronti delle altre civiltà, di rifiuto della guerra, di interrazzialità fino a definire il Topos di Star Trek, facendo diventare la serie un “tipo tipico” con i ruoli dell’equipaggio, le interazioni tra di essi, il dosaggio tra momenti drammatici, avventurosi e anche alcuni momenti divertenti in stile comedy.




Dopo la Serie Classica, dunque, tutti telefilm che parlavano di astronavi in viaggio dovevano fare comunque i conti con quei presupposti, esattamente come nei racconti che affrontavano l’argomento dei robot, pur non citandole, tutti tenevano conto delle Tre Leggi di Asimov, perfino quando si metteva mano ad una parodia del genere.

Il “tipo tipico” della Serie Classica di Star Trek, nel corso degli anni, ha cercato altre vie, contaminando alcune premesse e anche adattando le tematiche agli specifici momenti storici, pur restando sempre, non dimentichiamolo, un prodotto di intrattenimento e quindi legato alle esigenze dell’audience.

Arriviamo così a nuove premesse e nuovi eventi sociali e culturali, come quello che stiamo attraversando ora, dove la comparsa delle piattaforme di streaming e la fruizione dei telefilm attraverso la rete ha determinato nuove connessioni e anche nuove libertà creative.

Ci ritroviamo, quindi, a poter seguire, nella stagione televisiva 2019, un “tipo atipico” ed un “atipico tipizzato” di Star Trek, ovvero Star Trek Discovery e The Orville, entrambe giunte alla seconda stagione e attualmente in onda rispettivamente su Netflix e su Fox.

Discovery è a tutt’oggi un tipo atipico di Star Trek per tante motivazioni tra cui l’utilizzo di una etnografia klingon abbastanza sui generis, il sistema di guida miceliale mai più visto nelle serie successive, lo spregiudicato uso dell’universo dello specchio e , perché no, per il tono della serie che nella sua prima stagione è stato diverso rispetto a quanto eravamo abituati a vedere.

The Orville è l’atipico tipizzato, perché partendo da premesse diverse ha poi mostrato ed abbracciato la più stretta tipicità Trek, tanto che non rimarremmo sorpresi se ad un tratto l’astronave cambiasse forma e nome diventando la USS Orville.

Il bello di tutto questo è che dopo anni di assenze ingiustificate, improvvisamente produttori e sceneggiatori si sono accorti che si possono usare ancora i canoni narrativi Trek per poter raccontare nuove storie nei toni più diversi (e non posso non citare anche l’episodio USS Callister di Black Mirror) e che queste storie hanno ancora una audience vasta, formata non solo dagli appassionati di vecchia data ma anche da nuove leve.

Non dimentichiamo che si stanno facendo strada nuovi progetti, quali la serie sul capitano Picard di Star Trek: The Nezxt Generation, ambientata circa vent’anni dopo il film Star Trek: Nemesis e che (pare) prenderà le mosse dal dopo catastrofe della distruzione di Romulus (citata nel primo film della nuova serie cinematografica, creando un buon mash up di base), per descriverci il futuro della Federazione. È in produzione, poi, anche una serie a cartoni di Star Trek che dovrebbe rispondere al titolo Lower Deck e presentare la vita del personale di supporto che quotidianamente si occupa di far funzionare le astronavi della federazione.


Il viaggio continua...
Il viaggio continua…

Potremmo perderci a discutere se e quanto The Orville abbia suggerito questo secondo progetto esattamente come successe per la serie “stazione spaziale” tra Star Trek. Deep Space Nine e Babylon 5, ma ancora una volta mi piace ricordare uno dei pilastri dell’universo Trek: l’IDIC (Infinite Diversità in Infinite Combinazioni).

È singolare, comunque, vedere come l’universo Trek sia tornato con toni un po’ più cupi e meno rassicuranti, quasi a voler concretizzare sullo schermo quelle che possono essere le paure e le tematiche della società occidentale oggi, sdoganando, cinquant’anni dopo il primo bacio interrazziale, una relazione omosessuale (quella tra il capo-ingegnere Paul Stamets, interpretato da Anthony Rapp, e il dottor Hugh Calber, che ha il volto diWilson Cruz).

Dall’altro lato, la serie Fox di Seth McFarlane, ha dato corpo al desiderio di rilassarsi davanti al piccolo schermo, con storie più rassicuranti e divertenti ma, attenzione, senza per nulla disattendere tematiche sociali del tutto simili a Discovery, come nell’episodio sulla decisione di cambiare sesso ad un neonata da femmina in maschio per rispettare le regole della società cui appartiene.

Il mio invito, dunque, è di festeggiare questo nuovo rinascimento Trek, innanzitutto perché ci riporta tra le stelle, poi perché ci intrattiene con una buona dose di intelligenza, lanciandoci anche qualche spunto di riflessione ed approfondimento e spingendoci a mettere in funzione i nostri neuroni per esercitare spirito critico e giudizi personali.


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