Samantha Cristoforetti, dall’albergo di famiglia allo Spazio: «Servono intraprendenza e follia»


Se si chiede a Samantha Cristoforetti quale sia stato il suo primo giorno di lavoro, lei ci pensa un po’ e sorridendo si domanda: il 23 novembre 2014? Non bisogna riavvolgere il calendario a cinque anni fa per ricordarsi cosa accadde. Era una domenica. E l’equipaggio della Spedizione 42 e della missione Futura dell’Agenzia spaziale italiana tenne con il fiato sospeso aspiranti astronauti, curiosi e bambini di tutto il mondo. Cristoforetti, l’americano Terry W. Virts e il russo Anton Shkaplerov stavano partendo, alle dieci (e zero uno) di sera, per il viaggio che li avrebbe portati sulla Stazione Spaziale Internazionale per duecento giorni.

L’ingegnere e capitano dell’Aeronautica militare, e prima donna italiana della storia a varcare i confini del pianeta Terra, scherza fino a un certo punto quando fa coincidere il lancio della Soyuz con l’inizio della sua vita lavorativa, al netto delle estati da ragazzina a servire ai tavoli dell’albergo di famiglia. Gli amichetti si divertivano al mare e io ero bloccata in sala da pranzo, ma andata bene cos. Ho capito presto che il lavoro fatica e bisogna imparare a fare bene anche quello che non ti piace. Poi, tutto quello che l’ha accompagnata al giorno del lancio stato addestramento, formazione. Un lungo percorso disseminato di intraprendenza — come la volta in cui, mentre stava frequentando l’universit a Monaco, scov il contatto di un professore del Politecnico di Milano che la aiutasse a convincere un docente russo e uno tedesco a farle fare la tesi a Mosca: Non c’erano scambi strutturati fra le due universit, ma io volevo andarci assolutamente. E di follia — quando, nel 2001, pochi mesi prima di consegnare la tesi per laurearsi in ingegneria, ha partecipato al concorso per entrare nell’Accademia aeronautica. Ho ricominciato tutto da capo. Di solito in Accademia vanno i ragazzi appena diplomati. Ci si era messo, favorevolmente, anche il destino: mentre Cristoforetti frequentava l’universit, il limite d’et per le donne che volevano fare il servizio militare volontario, appena introdotto, veniva alzato temporaneamente di tre anni. Sarei stata oltre gi dal ‘98, invece nel 2001 rientravo nuovamente.

Intraprendenza, follia e fortuna.

Cos’altro? Fare qualcosa che ti distingua, se l’obiettivo diventare astronauta. una professione molto ambita, avere ottimi voti non basta, bisogna inserire nel curriculum qualcosa che attiri l’attenzione di chi ti recluta ed eventualmente ti fa procedere nelle selezioni (nel libro Diario di un’apprendista astronauta — La nave di Teseo — lei racconta con asciutta esaltazione il superamento di quella dell’Agenzia Spaziale Europea, ndr). Come si deve provare a emergere, sia che si punti allo spazio o a un traguardo altrettanto ambizioso? Scegliendo la strada difficile, senza agire in modo automatico. importante anche mettersi in gioco oltre la mera acquisizione di nozioni e conoscenze dello studio ed evitare l’iperspecializzazione. O meglio, va alternata con letture e consumi culturali il pi possibile ampi e interdisciplinari.

La conditio sine qua non? L’inglese, non una lingua straniera. Lo ripeto come un mantra, ai bambini delle elementari lo faccio scrivere sui quaderni. Mi piange il cuore nel vedere ragazzi, giovani ingegneri bravissimi che vengono presi meno seriamente per le loro difficolt di comunicazione. Da questo punto di vista, in Italia la situazione pi critica che altrove. Prima ancora dell’inglese, l’idioma “madre” di Cristoforetti e della sua lunga formazione stata la matematica, la lingua con cui parla la natura. Spiega: Ho fatto i primi tre anni di liceo a Bolzano (a un’ottantina di chilometri dalla citt in cui cresciuta, Mal, ndr) al linguistico perch sapevo che c’era un’insegnante di matematica bravissima, una suora. Anni dopo, ho preso il massimo dei voti all’esame di maturit scientifica nonostante avessi fatto qualche errorino. La professoressa, accortasi del mio stupore, mi ha detto che non aveva mai visto una dimostrazione di geometria euclidea cos rigorosa e, per questo motivo, me li aveva abbonati. Ho pensato subito alla mia prima insegnante. Nonostante le poche ore di matematica previste al linguistico, aveva lasciato un segno tangibile. Intraprendenza, follia, fortuna e quel rigore che Cristoforetti applica con dedizione anche quando si esprime, dunque.

Gli anni della scuola superiore sono anche quelli del patto definitivo con il destino. Siamo intorno al 1995, in un cinema di Huntsville, in Alabama. Sullo schermo Imax, con dimensioni e risoluzione che ti agguantano gli occhi, scorre il documentario Destiny in Space: la voce morbida di Leonard Nimony racconta mondi lontani, gli stessi in cui ha vestito i panni di Spock in Star Trek; lapislazzuli di fuoco, scintille e il rombo di un motore. Uno shuttle si materializza in una nuvola di fumo e si stacca dalla sua base, verso lo spazio. In seconda fila, una ragazza trattiene il fiato e agita i talloni come se stesse per scattare in piedi e mettersi a correre. Ha da poco compiuto 18 anni. Samantha Cristoforetti. Vent’anni dopo sar una delle protagoniste di A Beautiful Planet, l’ultimo documentario di Toni Myers, la sceneggiatrice, scomparsa il 18 febbraio, che trasformava gli astronauti in registi e a inizio carriera ha firmato Destiny in Space. Si chiuso un cerchio, in un certo senso, sorride Cristoforetti. E ricorda, stavo facendo il quarto anno di liceo all’estero, negli Stati Uniti. Il cinema era in un campo educativo e ricreativo in cui simulavano la vita e l’addestramento degli astronauti. Avevo gi le idee chiare, ma la sensazione di poter toccare con mano per la prima volta qualcosa di anche solo lontanamente riconducibile alle missioni spaziali le ha rafforzate.

L’intera esperienza negli States si rivelata determinante: Avendo le possibilit, dovrebbe farla chiunque, lo shock culturale di trovarsi cos giovani, quando si ancora malleabili, lontano da casa aiuta a sviluppare un approccio pi equilibrato e sereno. Serve, servir sempre di pi: dobbiamo affrontare i temi che riguardano l’umanit e la sua sopravvivenza su questo pianeta. Come? Le persone devono riuscire a parlarsi, e comunicare non una cosa facile.


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