Salvataggi bancari, l’ex commissario Nicastro: «Sentenza Ue? Una beffa, potevamo salvare le quattro banche»


Per Margrethe Vestager, commissario Ue alla Concorrenza, è stata Banca d’Italia a mettere le banche in risoluzione.
«La sua struttura sta facendo un ottimo lavoro sulle aziende tecnologiche. Ma la decisione della Commissione Ue su Tercas ha avuto un impatto enorme sulle scelte successive. E l’abitudine della direzione di Vestager di non mettere niente nero su bianco, influenzare le decisioni e chiedere che le controparti assumano impegni prima di dare il benestare, non funziona. Può dire che è colpa di Banca d’Italia quando altre strade sono chiuse dalle sue decisioni, ma il peso della Concorrenza è decisivo».

Che impatto ha avuto?
«Enorme. La scelta su Tercas e quella di autorizzare la risoluzione delle quattro banche, con un bail in ante litteram crearono uno stress inutile e pernicioso».

Perché?
«Hanno fatto diventare sistemica quella che poteva essere una crisi circoscritta. La svalutazione dei crediti deteriorati delle quattro banche al 17,5% mise pressione sull’intero sistema, accelerando le crisi degli altri istituti: dalla venete al Monte dei Paschi».

Il dissesto di quelle banche non è colpa di Vestager.
«Certo che no. Ma non aver potuto usare il Fitd su Tercas e poi sulle quattro banche ha innescato la contaminazione a livello sistemico di una crisi che poteva essere gestita in modo pragmatico e circoscritto. Le quattro banche non valevano neppure l’1% del settore in Italia. Eppure quell’episodio ha bloccato l’emissione di bond per tutto il sistema nel periodo seguente».

Lei è sicuro che il Fitd sarebbe bastato per Etruria?
«Forse sì, sarebbe bastato. In fondo le banche italiane hanno comunque pagato per quelle quattro banche, con il Fondo di risoluzione. Ma così abbiamo dovuto affrontare una vendita forzosa».

Che intende dire?
«All’inizio la Commissione Ue ci ha dato appena cinque mesi per vendere quelle banche piene di incognite, con la minaccia di chiuderle. Impossibile. Le dilazioni sulle scadenze sono sempre arrivate all’ultimo, a rischio di corse agli sportelli e crisi di liquidità. A fine 2015 su Etruria avevamo liquidità per sei giorni. Si fosse innescato un panico a Arezzo, possiamo solo immaginare le conseguenze sul resto del sistema e sulle altre situazioni delicate».

Non bastava che la banca centrale fornisse liquidità?
«Da Bruxelles non ce lo permettevano. Il paradosso è che tutta questa rigidità nel gestire regole nuove, mai messe alla prova, ha finito per danneggiare la credibilità di un principio giusto: che gli Stati non devono farsi carico di tutti i problemi delle banche e anche i privati devono partecipare».

Com’è stato possibile un tale errore?
«La direzione Concorrenza è un organo della Commissione in cui pochi tecnici preparano le decisioni. Non so se Vestager e gli altri commissari abbiano tempo e modo di approfondire. Servirebbero più filtri istituzionali, magari nella Bce».

C’è chi la critica per la candidatura a vicepresidente di Ubi, cui ha venduto tre delle quattro banche a un euro.
«L’operazione è stata molto faticosa ma pienamente trasparente e su base competitiva, seguendo alla lettera le procedure Ue. Prima di chiudere le due gare, è stata fatta un’ulteriore verifica di rilancio con i 12 soggetti che si erano manifestati o avevano fatto offerte peggiori. Nessuno ha espresso interesse pari a Ubi e Bper».


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