Sala su San Siro: «Il nuovo stadio dev’essere di proprietà pubblica »


Un nuovo stadio di proprietà anche a Milano? Non proprio: perché anche se l’operazione «San Siro 2» andasse davvero in porto (con relativa demolizione del «vecchio» Meazza), il futuro impianto rimarrebbe comunque di proprietà pubblica. È una delle condizioni poste a Milan e Inter dal Comune e ribadite ieri dal sindaco Beppe Sala. «L’amministrazione non vuole speculare sul nuovo stadio, ma le squadre sanno bene che c’è solo un vincolo che io pongo: non possiamo, come bilancio comunale, perderci economicamente dall’operazione dello stadio».

Secondo il sindaco di Milano, si tratta allora di trovare una formula perché l’«erede» di San Siro possa rimanere di proprietà pubblica con una concessione però a lunghissimo termine ai due club. «È chiaro che noi come Comune non possiamo perdere la proprietà dello stadio e la soluzione potrebbe essere quella che le squadre, una volta realizzato l’impianto, lo “cedano” all’amministrazione», per vederselo subito dopo «restituire» sotto forma di concessione a lunghissimo termine. Tecnicismi che potrebbero però rivelarsi sostanziali nelle analisi costi-benefici che le dirigenze hanno avviato in queste settimane. Le dichiarazioni del sindaco non hanno comunque creato sorpresa fra i dirigenti delle squadre che, del resto, erano già stati informati in via ufficiosa nei recenti incontri avvenuti. Il Milan, con l’edificazione su terreno demaniale, è consapevole di dover lasciare la proprietà al Comune e rimanda al colloquio decisivo del mese prossimo ogni valutazione sui contorni della concessione. L’Inter, dopo aver aspettato i cugini per anni — prima Barbara Berlusconi aveva avviato il piano dello stadio al Portello (bocciato da papà Silvio), poi Marco Fassone che aveva studiato altre aree per l’impianto di proprietà —, ora ha trovato in Elliott un interlocutore sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda. Cina e America: così lontane, così vicine.

Intanto a Palazzo Marino è nato ufficialmente il comitato contro la demolizione del Meazza. Ne fanno parte esponenti del centrodestra cittadino, ma non solo. La prima mossa sarà di bussare alle porte della Soprintendenza perché intervenga con un vincolo paesaggistico sulle tribune del 1925, la seconda di presentare una proposta al Piano di governo del territorio per scongiurare l’arrivo delle ruspe e la terza, extrema ratio, di raccogliere le firme (15 mila) necessarie per un referendum cittadino.

27 marzo 2019 (modifica il 27 marzo 2019 | 22:04)

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