«Reddito di cittadinanza? Confuso Ispiratevi al modello Lombardia»


Stefano Scabbio, presidente di ManpowerGroup per l’Europa del Sud, dell’Est e del Nord, è fra i pochi manager italiani presenti al World Economic Forum di Davos. Dirige da Milano le operazioni europee del colosso della fornitura di manodopera alle imprese e da mesi sta seguendo l’evoluzione del mercato del lavoro in Italia con

Stefano Scabbio, presidente e amministratore delegato di ManpowerGroup per l’Europa del Sud, Est e Nord
Stefano Scabbio, presidente e amministratore delegato di ManpowerGroup per l’Europa del Sud, Est e Nord

le misure introdotte dal governo.

Il reddito di cittadinanza parte in aprile: farà crescere l’occupazione?

«Capisco l’obiettivo. La rivoluzione industriale 4.0 sta accelerando la biforcazione del mercato del lavoro: da un lato coloro che hanno competenze, dall’altro chi non le ha. Fra questi due gruppi la diseguaglianza è sempre più profonda. Il reddito di cittadinanza ha funzionato bene in America Latina come risposta per certe fasce di povertà. Non ha invece funzionato benissimo — i dati non sono così univoci — quando lo si usa come percorso per l’occupazione o intervento di politica attiva per il lavoro».

«Era meglio continuare in maniera più forte sulle politiche già iniziate — la Lombardia è un esempio — coinvolgendo servizi privati per l’impiego. Ancorare la formazione al collocamento, con una presa in carico, una valutazione dei punti di debolezza di chi cerca lavoro e l’intervento formativo: questo funziona».

Ma non è il disegno del reddito di cittadinanza?

«Quel che si vuole fare mi pare confuso. Si cerca di recuperare il modello tedesco: ma i tedeschi hanno impiegato dieci anni a costruirlo, con la loro determinazione e molti più soldi. Poi si punta sui centri per l’impiego, che oggi non funzionano, con seimila nuove assunzioni da fare chissà in che tempi. Si mettono nuovi costi sullo Stato, senza essere certi di avere persone preparate. Ma se si ha una bassa qualità dei servizi all’ingresso, è difficile garantire risultati efficaci alla fine. Allora era meglio cercare di prendere competenze già pronte nel privato».

È il mestiere che fa anche la sua azienda, fra le altre…

«Non è una questione di questa o quell’azienda, o di ideologie. La Svezia, che ha un contratto sociale fortissimo e un welfare così sviluppato, ha affidato ai privati specializzati la gestione dei servizi di collocamento. Ma lo fa perché il governo si rende conto dell’urgenza di prevenire conflitti sociali».

In Italia molte imprese restano mesi senza trovare i profili giusti. Possibile?

«Qui si innesta il tema dell’attrazione delle competenze dall’estero».

«Certo, è fondamentale. Abbiamo bisogno come il pane di immigrati con competenze. Poi bisogna lavorare alle verifiche su queste persone, l’apprendimento della lingua, l’integrazione culturale. Ma i numeri sono chiari: l’Unione Europea ha mezzo miliardo di abitanti, dei quali solo il 30% ha fino a trent’anni. Nella fascia dal Nord Africa, alla Turchia al Medio Oriente vive un altro mezzo miliardo di persone e il 70% ha meno di trent’anni. La matematica dice che questo flusso migratorio è inevitabile. Come Europa e come Italia, dobbiamo metterci in grado di gestirlo».

Lo si fa aprendo all’immigrazione di profili scelti?

«Esatto. Ci deve essere una struttura, pubblica o privata, dove si valutano i migranti economici e le loro possibilità di integrazione. Come si fa in Germania, ci si appoggia sull’ecosistema delle imprese per capire il fabbisogno di manodopera. Questa è la visione di un Paese che capisce i problemi. Abbiamo bisogno di risorse per continuare a crescere e contribuire al sistema pensionistico o a un certo punto non terrà più, con questa demografia».

Che impatto vede dal decreto dignità?

«Ha diminuito la lunghezza media dei contratti a termine. Alcuni, dopo, hanno assunto le persone in modo permanente ma la maggior parte le ha lasciate a casa. Non possiamo diminuire il precariato o creare posti di lavoro attraverso le regole. I posti si creano attraverso la crescita industriale e la creazione di un mercato del lavoro efficiente ed inclusivo. È in corso una rivoluzione delle competenze, è lì che dovremmo lavorare, invece abbiamo ridotto gli incentivi di Industria 4.0 e il credito d’imposta a Ricerca e sviluppo».

Che effetto ha l’aliquota sui redditi al 15% per le partite Iva fino a 65 mila euro?

«Produce minore tutela per il lavoratore, perché soprattutto su professioni più tecniche o per progetti le aziende scelgono di andare sulla partita Iva, che è più conveniente fiscalmente. Ma vuol dire meno gettito per lo Stato, meno sicurezza di orari, ferie, maternità. Concordo che serve una revisione del contratto sociale, ma in maniera organica. Se si crea meno tutela, meno sicurezza sociale, più opportunità di tornare nel nero, vedo un pericolo serio».

26 gennaio 2019 (modifica il 26 gennaio 2019 | 08:05)

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