Rebecca Corsi, donna ai vertici: «Io, l’Empoli, mio padre: lotto per restare in A e cancellare le etichette»


Questa è la storia di una bambina che durante le partite si addormentava allo stadio accanto al padre e parecchi anni dopo si è svegliata con un’etichetta appiccicata addosso: «Per la verità sono due, le etichette: donna e figlia del presidente. Sono scomode, sento di non averle ancora eliminate e questo un po’ mi rode dentro. L’obiettivo è essere valutata solo per il mio lavoro, ma so bene che ci vorrà del tempo».

Una settimana dopo il colpo d’occhio di Juventus-Fiorentina femminile, che ha riempito lo Stadium bianconero, a Torino arriva l’Empoli, attualmente l’unica società di A che ha una donna ai vertici: da fine settembre Rebecca Corsi, 30 anni, è vice presidente del club guidato dal 1991 da suo padre Fabrizio, dopo aver trascorso sei anni in società come responsabile del marketing. Per una che ha avuto come padrino di battesimo Luciano Spalletti, il calcio è un affare di famiglia. Da sempre.

Ma questo non vuol dire che la sua investitura sia stata qualcosa di scontato. Anche perché Corsi senior — noto per la sua scaramanzia — ha subito detto di augurarsi che la figlia «non diventi mai presidente…». Lei sorride: «Penso sia una forma di protezione. Mi ha richiamato lui all’appello, sia in azienda che nell’Empoli, dicendomi che aveva bisogno di me. Tra noi è una “lotta” e ogni tanto qualche muro trema, a causa delle nostre discussioni: ma almeno adesso, quando mi manda a quel paese, ripensa a quello che gli ho detto. E magari a volte mi dà ragione. Ci sono state persone — e tra queste ci metto anche il nostro allenatore Andreazzoli — che hanno in fatto modo che mio padre si accorgesse di me».

Empoli è una cittadina di sessantamila abitanti e sotto la gestione Corsi è sempre rimasta tra A e B, lanciando allenatori come lo stesso Spalletti e Sarri o giocatori come Montella, Di Natale e Rugani: «Il segreto dell’Empoli è mio padre: nel calcio è un genio, perché sa vedere più avanti degli altri. Ma è troppo scaramantico e questo lo frena nella pianificazione. Io cerco di stimolarlo, cercando di alzare l’asticella, senza guardare sempre il bicchiere mezzo vuoto: se il Chievo ha fatto tanti anni di A, perché non possiamo riuscirci noi?».

Sarebbe un’altra etichetta che vola via, quella della squadra che sale e scende tra A e B. Ma le altre due sono il primo pensiero di Rebecca: «Il calcio, in un paese maschilista come l’Italia, è considerato uno sport per uomini. E per le donne che ci lavorano non è facile, a nessun livello: il mio sogno è che non ci siano più episodi come quello degli insulti alla guardalinee da parte di un telecronista. Vorrei che ci si concentrasse sulla sostanza, non sul fatto che una persona sia uomo o donna. Ma sono ottimista sulle nuove generazioni. La tattica? Ho giocato a basket e non ne parlo perché è un tema che non sento mio. Sugli esoneri degli allenatori ad esempio ascolto e imparo».

Tra le lezioni che hanno attecchito da queste parte c’è quella del maestro Sarri: cercare di salvarsi attraverso il bel gioco. Anche per questo è tornato Andreazzoli, dopo la parentesi Iachini. Ma Sarri ha lasciato il segno. Persino sull’erba del Castellani: «Quando siamo tornati in A, per esigenze di sponsor abbiamo dovuto arretrare le panchine — racconta Rebecca —. E lui prima della partita cercava di farle spostare di un metro abbondante. Diceva che la panchina distante ci costava 6-7 punti… Ma adesso cambierà anche quello: se entro settembre partiamo coi lavori, entro due anni avremo uno stadio totalmente rinnovato — senza pista e con una tribuna preservata — come quello di Udine. Con babbo si discute e ci si confronta, ma l’idea, arrivati a questo punto, gli piace. Del resto sono qui per costruire qualcosa assieme a lui». Senza più etichette.

29 marzo 2019 (modifica il 29 marzo 2019 | 22:46)

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