Ray Dalio: «L’Italia? Ha troppo debito e scommetto che finirà per pagarlo»


Molto preoccupato per il conflitto Usa-Cina. Per la recessione che arriverà entro un paio d’anni. Per la situazione di debolezza dell’Italia in Europa. E in generale per una situazione mondiale molto simile agli Anni ’30, con grandi rischi di conflitti di tutti i tipi. Ray Dalio, il fondatore e gestore di Bridgewater, l’hedge fund più grande al mondo, spiega a «L’Economia» che cosa si aspetta per il 2019 e oltre, mentre parla del suo libro «I principi del successo», appena pubblicato da Hoepli.

Negli Stati Uniti il suo libro è uscito un anno fa: che tipo di feedback dai lettori ha ricevuto?

«Una risposta straordinariamente positiva. Ne sono state vendute oltre 2 milioni di copie, è stato il libro di Amazon dell’anno e decine di migliaia di persone mi hanno detto che ha cambiato la loro vita. Poiché descrive approcci insoliti alla vita e al lavoro, ho ricevuto molte domande e ho scelto di rispondere sui social, il che forse è servito a renderlo ancor più popolare».

Dove spiega chi è, non parla delle sue radici italiane. Essere italo-americano non ha avuto alcuna influenza sulle sue abitudini e valori?

«È vero, entrambi i miei genitori erano italiani e io sono cresciuto con i loro valori, cibi e modi di fare italiani che hanno avuto un grande impatto su chi sono. Ma gli Stati Uniti sono un crogiolo di persone che si sentono americane con le proprie culture integrate. È così che mi sento, come italo-americano di seconda generazione».

Lei sottolinea che bisogna avere un pensiero indipendente per operare sui mercati finanziari o fare l’imprenditore: bisogna andare contro l’opinione comune. Qual è il consenso su cui sta scommettendo adesso?

«Credo che siamo in un periodo simile a quello della fine degli Anni ‘30, in cui i divari di ricchezza portano a conflitti sia all’interno dei Paesi sia tra di loro, e tra le potenze emergenti (allora la Germania, ora la Cina) e quelle esistenti (allora l’Inghilterra, ora gli Stati Uniti ). Questi conflitti probabilmente peggioreranno nella prossima recessione che credo si verificherà nei prossimi due anni circa. Questa non è un’opinione condivisa».

La trasparenza radicale che lei propone significa registrare tutti gli incontri a Bridgewater e renderli quindi accessibili a tutti. Non c’è il rischio di creare un ambiente da Grande Fratello?

«È esattamente l’opposto, perché tutti possono vedere i video di tutto, compresi quelli in cui i leader prendono le loro decisioni, e possono confrontare i comportamenti. Di solito invece le persone che hanno il potere — i capi tipo Big Brother — hanno un accesso unico a quello che sta succedendo, il che li aiuta ad essere ancora più Big Brother. Avere una meritocrazia delle idee con protocolli che assicurano che ci sia una trasparenza radicale, una diversità di opinioni, un processo decisionale aperto al dibattito e non gerarchico: tutto questo rende impossibile che a Bridgewater si sviluppi un ambiente stile Big Brother».

Bridgewater è una «meritocrazia delle idee» secondo la sua descrizione: come viene applicata per valutare le performance del suo fondo?

«Il modo in cui gestiamo i soldi è questo: il cliente sceglie il mercato dove dobbiamo operare e noi aggiungiamo il nostro rendimento “extra” o “alpha”. I clienti giudicano il nostro successo sulla base del fatto che creiamo o meno un rendimento superiore al mercato di riferimento, il benchmark. In tutti gli ultimi 18 anni abbiamo superato i nostri benchmark, sebbene in alcuni anni più di altri. Nel 2017 il nostro “alpha” è stato piccolo mentre nel 2018 è stato nella media degli ultimi anni».

Nel 2017 Bridgewater aveva iniziato a scommettere contro i titoli italiani e la primavera scorsa ha chiuso le sue posizioni: com’è finita?

«Non discuterò le nostre posizioni sui mercati perché quelle informazioni sono confidenziali, ma posso spiegare brevemente il mio pensiero sul vostro Paese. L’Italia e le banche italiane soffrono il classico caso di avere troppo debito insieme a divari di ricchezza e opportunità. Ciò sta causando più conflitti sia interni sia esterni. È una situazione particolarmente difficile, nel momento in cui la Bce sta ritirando i suoi acquisti di obbligazioni mentre non può esserci un cambiamento del tasso di cambio e l’Europa non ha un’unione fiscale. Se ci sarà una crisi economica, come sarà probabile nei prossimi due o tre anni, queste condizioni peggioreranno in modo secondo me preoccupante».

Passando agli Usa, all’inizio del 2018 lei ha detto di essere preoccupato per il debito degli americani, come lo era prima della crisi finanziaria del 2008: siamo sull’orlo di una nuova grave crisi?

«Se guardo ai debiti e alla capacità dei debitori di ripagarli, non penso che avremo una crisi come quella del 2008. Penso che sarà diversa, più simile a quella del 1938-1939, una specie di grande “stretta” con più conflitti interni ed esterni. È vero, fra le aziende private e nell’amministrazione pubblica ci sono debiti pesanti, con grandi promesse di pensioni e assistenza sanitaria senza abbastanza fondi per essere mantenute, ma si tradurranno in una “stretta” più che in un crollo da debito. A causa delle maggiori divergenze economiche e politiche attuali avremo probabilmente maggiori conflitti interni ed esterni. Non voglio dire che ci sarà una guerra vera e propria, anche se questa è una possibilità a un certo punto. Ma è probabile che ci saranno più guerre commerciali, finanziarie e politiche».

Bridgewater ha recentemente ottenuto l’approvazione per vendere prodotti di investimento in Cina. Quanto è preoccupato delle tensioni tra Washington e Pechino?

«Sono molto preoccupato. Il mondo è piccolo per questi due grandi poteri rivali, quindi si scontreranno. La relazione Usa-Cina è passata dalla cooperazione al conflitto. La storia mostra che quando una potenza emergente diventa abbastanza forte da sfidare una potenza esistente aumentano i rischi di guerra. Bisogna essere ingenui per non preoccuparsi».

Il suo secondo libro sarà sui principi di investimento. Qual è il più importante per un investitore privato?

«La cosa più importante da sapere per tutti è rendersi conto di che cosa non si sa e capire come affrontare bene le incognite. Le incertezze dei mercati sono così grandi e investire è un duro gioco a somma zero. Io lo faccio da circa 50 anni, ogni anno spendo centinaia di milioni di dollari per fare ricerca e lo trovo difficile. I primi principi che illustrerò riguarderanno come diversificare bene per ridurre i rischi senza ridurre i rendimenti».

25 dicembre 2018 (modifica il 25 dicembre 2018 | 12:05)

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