Raffaele Jerusalmi: «L’economia va (anche in Borsa). La politica? Non sia di ostacolo»


Come amministratore delegato di Borsa italiana «conservo un ottimismo di fondo: proprio in queste ore ha debuttato sul listino, nel segmento Star, il gruppo veneto Piovan, leader mondiale nel settore delle macchine per il trattamento della plastica. Un segnale incoraggiante. Però…». Raffaele Jerusalmi oltre a guidare Piazza Affari è presidente di Elite, la piattaforma-ecosistema assimilabile a una «palestra» per gli imprenditori che desiderano affacciarsi al mercato, non solo azionario: una case history di successo (gli aderenti sono ormai vicini a quota mille) che può diventare un benchmark in Europa e nei mercati globali. Avrebbe dunque più di una ragione per dimostrarsi fiducioso «senza ma».


«E invece dopo le elezioni vedo segni di rallentamento, rinvii nei percorsi di ingresso in Borsa e nelle operazioni di rifinanziamento sul mercato e in genere un cambio di umore da parte degli investitori internazionali. Da inizio anno abbiamo registrato 31 ammissioni in quotazione, con ben 25 Ipo per una raccolta totale di 1,9 miliardi; il numero delle società nel listino Aim, dedicato alle piccole e medie imprese, è salito a quota 113; in Elite ci sono oggi 925 aziende, oltre la metà italiane ma comunque distribuite in 32 Paesi che aggregate fatturano 66 miliardi con 400 mila dipendenti. Insomma un boom, cifre da record. E però è subentrata una cautela che trova ragione principalmente nel quadro politico».

«Vede, la politica, e non parlo solo di quella italiana, in un mondo dove le forze economiche sono globali e interdipendenti ha poteri di intervento limitati. Il governo e i politici di turno costituiscono rumori di sottofondo. Oggi ci sono, domani chissà. Ciò nonostante se da sottofondo diventano schiamazzo possono provocare danni. Di percezione e reputazione».

Cosa intende esattamente?

«Beh, è abbastanza evidente che certi atteggiamenti alimentano l’incertezza e si riflettono negativamente sull’economia. Come dar torto a chi oggi, con un quadro poco chiaro di scelte politiche ed economiche, sceglie di aspettare? E come immaginare che gli investitori, italiani e internazionali, non si mettano in posizione di guardia con un “outlook” di non investimento o addirittura di disinvestimento? Per la nostra Borsa, dove gli investitori istituzionali sono per il 95% internazionali, le conseguenze possono diventare serie e danneggiare le aziende. Ma sarebbe un errore pensare solo ai grandi asset manager globali. Perché se a frenare gli investimenti anche produttivi sono in primo luogo i soggetti domestici si rischia di compromettere la crescita».

Secondo lei è lo schiamazzo a far lievitare lo spread?

«Lo spread è un indicatore sintetico dell’affidabilità di un Paese. L’Italia è più esposta e fragile a motivo del grande debito pubblico. Su questa base confusione e dichiarazioni poco chiare diventano determinanti: prima ancora che ai numeri della manovra, il danno reputazionale è da ricondurre ad aspetti di comunicazione. Che alimentano l’incertezza e la percezione di rialzo del rischio-Italia, e allontanano gli investitori. Aumenti della volatilità e dello spread sono conseguenti».

«I rating sono meno importanti rispetto al passato. Tuttavia per l’Italia, data la situazione attuale, è comunque fonte di instabilità».

Ci siamo trovati altre volte con differenziali più alti.

«Sì, certo e abbiamo sempre pagato un prezzo elevato».

E forse mai si è sfidata così l’Europa...

«Personalmente credo che l’Europa abbia tutta l’intenzione di dimostrarsi severa ma di non abbandonare il dialogo. Tuttavia mi domando: perché andiamo ad alimentare un clima di possibile rottura, pur fra passi avanti e marce indietro? Perché farsi male da soli pensando e dicendo “tanti nemici tanto onore”? Forse sarebbe meglio remare tutti nella stessa direzione al di là dei numeri».

Intende i numeri della manovra?

«Ancora non conosciamo i dettagli. Però posso dire una cosa: il tema vero non credo sia un punto in più o in meno nel rapporto fra deficit e Pil, bensì puntare a creare crescita vera (non presunta su stime di incerta attendibilità) e posti di lavoro. Al di là delle diverse situazioni, non è l’assistenza ma è l’occupazione a rappresentare la preoccupazione e l’aspirazione di fondo da noi come negli altri Paesi. Non basta fare riferimento a Stati Uniti o Gran Bretagna dicendo che la disoccupazione è al 4% perché lì in molte fasce i salari sono al minimo livello di sopravvivenza. Vanno create crescita e occupazione di qualità. Non è facile ma si dovrebbe investire di più su innovazione e formazione, che spesso hanno orizzonti più lunghi della politica che ha al centro protagonismo e sondaggi. Fatto, questo, che alimenta le distanze fra imprese e politica».

Distanze di che tipo? Si riferisce al tradizionale lamento sul fatto che da noi manca una cultura dell’impresa?

«Ho l’impressione piuttosto che il paradigma vada verso un rovesciamento. Noi, che abbiamo contatti costanti con il mondo delle nostre piccole e medie aziende, abbiamo la percezione che stia crescendo verso la politica una distanza di tipo diverso. Le imprese, dalle recenti crisi, hanno “imparato” fra le altre cose che il credito bancario per vari motivi è più selettivo e non è più sufficiente, e che invece la crescita è indispensabile. Occorre dunque aprire le porte a diverse forme di finanziamento: dalla Borsa ai bond e ai fondi di private equity. Per aprirsi però occorre aderire a governance basate sulle best practice, quindi più complesse, manageriali. E bisogna attrarre e formare talenti. Coltivare competenze. Da qui il progressivo distacco dalla politica. Tanto più pensando al fatto che si parla di imprese che esportano il 75-80% dei ricavi».

Perché collega governance a distacco dalla politica?

«Perché da un lato le aziende diventano, in buona parte dei casi e soprattutto al Nord, sempre meno legate alla singola personalità e sempre più al gioco di squadra, mentre il personalismo nella politica è crescente. E poi le imprese cercano sempre più professionalità, mentre questa tendenza sembra meno presente in politica».

Quel che dice vale per tutte le imprese?

«Il fatto più interessante, e lo vediamo soprattutto da Elite, è che anche le aziende che operano al Sud in zone “difficili”, hanno consapevolezza crescente che non possono restare “destrutturate” e far conto solo sulla creatività. Pur restando quindi differenze c’è una tendenza di fondo verso una cultura nuova, soprattutto da parte delle ultime generazioni. E sa cosa pensano molti imprenditori? Che la politica dovrebbe tornare a scuola. Di politica, ovviamente. Ciò vale in tutto il mondo occidentale, in Italia di più anche perché la tradizione delle pmi è diversa. La politica sottovaluta questo distacco».

Non sembra proprio accorgersene in certi casi.

«L’impressione in effetti è questa. E ciò è più grave se si pensa a un dato importante: in Italia sono proprio le imprese piccole e medie, e in particolare quelle che crescono anche grazie all’accesso a nuove forme di finanziamento, a creare nuova occupazione. E per questo vanno messe al centro dei programmi di sviluppo dei governi».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

23 ottobre 2018 (modifica il 23 ottobre 2018 | 07:48)

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