Quella maledetta notte di Juve-Amburgo e le storie di Liddell e Mennea –


(Furio Zara) Ci sono ferite così profonde che a volte – quando con le dita si passa sopra la cicatrice – finisce che ci si affeziona e si torna indietro nel tempo per scoprire che quel tempo, in fondo, non è stato poi così male. Enzo D’Orsi – ex colonna del nostro giornale – sa di calcio e conosce come pochi il mondo-Juve. Ha scritto un libro che per ogni juventino è una ferita, ma anche no. E’ un atto d’amore, prima di tutto. Racconta di una serata storta, di una finale persa, di una maledizione, di un gruppo di campioni straordinari, di un allenatore che D’Orsi «usa» come lente di ingrandimento per svelare quello che si può e non si può dire. Come scrive Roberto Beccantini nella prefazione. «AmburgobatteJuventusunoazero. Era la finale di Coppa dei Campioni del 25 maggio 1983». Data storica, ferita aperta, epopea mancata di un soffio. Con «Gli undici giorni del Trap» la casa editrice «In Contropiede» ha colto ancora una volta nel segno, riportando a galla una storia di cui si sapeva molto, ma non tutto. D’Orsi, come chi dà una lucidata all’argenteria di casa, scopre antichi bagliori, macchie nascoste, riflessi che ci restituiscono – trentacinque anni dopo – una nuova verità. Come ha fatto la Juventus, «quella Juventus», a perdere da stra-favorita? Cosa si è inceppato, cosa non ha funzionato? Ripercorrendo i giorni della vigilia l’autore ci prende per mano e ci fa rivivere quelle sensazioni e quelle ansie, ci fa rivedere quelle facce. Il Trap, ovviamente. E Zoff Gentile Cabrini. E Scirea. E Tardelli e Rossi. E Bettega. E Platini e Boniek. E’ una sorta di «autopsia» scrive Beccantini introducendo il racconto e «i tedeschi quella sera sembravano la Juve» ricorda Tardelli nell’intervista che chiude il libro. Conosciamo la ferita, a fine lettura ne sapremo di più sul perché e sul per come quella ferita è ancora lì a ricordarci quella notte maledetta.
GLI UNDICI DEL TRAP, Atene 1983; di Enzo D’Orsi, Edizioni in Contropiede, 130 pagine, euro 13,50

Due campioni della velocità, due uomini dalla personalità complessa, pronti anche a sacrificare molto del loro sport sull’altare delle proprie convinzioni, religiose o civili. A Eric Liddell, campione olimpico nel 1924 sui 400 metri, consegnato alla notorietà anche tra i non addetti ai lavori – quasi quarant’anni fa – da quel gran film (e dallo splendido accompagnamento musicale di Vangelis) che fu “Momenti di gloria”, da cui questo libro ha mutuato il titolo, l’autore Duncan Hamilton ha dedicato una straordinaria indagine, tipica del mondo anglosassone. Liddell, scozzese nato in Cina da missionari protestanti, scoprì molto presto le sue qualità atletiche. Già nazionale di rugby, spinto dai primi record nazionali si dedicò completamente alla corsa veloce, ai 100 metri soprattutto, malgrado un portamento in corsa piuttosto sgraziato. Per lui, la velocità era la chiave per “rendere omaggio a Dio e alla sua grandezza”. E così, per questa sua innata spiritualità, alle Olimpiadi di Parigi del 1924 rifiutò di partecipare ai 100 metri, dove era il grande favorito, perché le batterie erano previste di domenica, giorno consacrato al Signore. Contro ogni pronostico, vinse però i 400 metri e la medaglia di bronzo nei 200. Un anno dopo, lasciò le piste per tornare in Cina, per intraprendere anche lui la carriera di missionario. Internato in un campo di prigionia dopo l’invasione giapponese, morì nel 1945 per un tumore al cervello, a 43 anni. Sulle tracce di Liddell, Hamilton ha girato a lungo in Inghilterra e in Scozia, ha inseguito le sue tracce in Cina, è stato in Canada dove la moglie di Liddell si era trasferita, e dove ha conosciuto le sue tre figlie, ha rintracciato parenti e amici di chi aveva frequentato il grande atleta, regalandoci uno splendido ritratto – quasi incredulo ma sempre sincero – di un uomo assolutamente fuori del normale. «Liddell può sembrare troppo virtuoso e troppo integro per essere vero, ma le prove sono troppo schiaccianti per essere liquidate a cuor leggero».
Dal Pastore Volante alla Freccia del Sud. Se nelle colline di Edimburgo Liddell sfidava nella corsa gli autobus, tra gli stradoni di Barletta – alla fine degli Anni Sessanta – un ragazzo di quindici anni metteva alla prova la velocità delle sue gambe contro le Alfa Romeo e le Porsche dei ragazzi del posto. La storia di Pietro Paolo Mennea è la dimostrazione di come una clamorosa forza di volontà e una ferrea e quasi ascetica applicazione siano stati decisivi nella costruzione di un atleta che – senza poter contare sul fisico dei velocisti di colore – è salito sul tetto del mondo, vincendo una Olimpiade (più due bronzi, tre medaglie d’oro agli Europei, 5 alle Universiadi…) e stabilendo uno straordinario record mondiale sui 200 metri che è durato più di seimila giorni (e che è tuttora primato europeo). Introdotto da una commossa prefazione di Manuela Olivieri Mennea – la moglie del campione, scomparso a 61 anni nel 2013 – Tommy Dibari, anche lui barlettano, si è districato con abilità tra le tante sfaccettature di Mennea, il superman plasmato da Vittori, capace di prendere parte a quattro finali olimpiche – tra il 1972 e il 1984 – e l’uomo, a volte spigoloso ma sempre sincero nella difesa delle proprie idee, che oltre a collezionare lauree (ben quattro) si è reso protagonista di tante battaglie come avvocato e deputato europeo, mentre è ancora molto attiva la Fondazione Onlus per la Ricerca e lo Sport che porta il suo nome. Un ritratto sincero, un bel libro di sport.
MOMENTI DI GLORIA, la vita di Eric Liddell da eroe olimpico a martire moderno; di Duncan Hamilton, 66THA2ND edizioni, 413 pagine, 23 euro.
PIETRO MENNEA, l’uomo che ha battuto il tempo; di Tommy Dibari, Cairo Editore, 156 pagine, 14 euro.


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