Professionisti: la mobilità in Europa non decolla


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di Silvia Pagliuca

L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di liberi professionisti: ne conta più di un milione. Ma, appena 39 mila sono pronti a esercitare la loro professione anche in un altro Stato. A fotografare la mobilità dei professionisti italiani (o per meglio dire la loro immobilità) è il Rapporto 2018 sulle libere professioni in Italia curato dall’Osservatorio di Confprofessioni. Secondo i dati rilevati, tra il 1997 e il 2017 sono state poco più di 660 mila le richieste di approvazione per l’esercizio dell’attività professionale in un altro Paese europeo. Pratica, questa, regolata dalla direttiva 2005/36/CE.

Su base annua, in pratica, la mobilità dei professionisti non arriva neanche all’1% dell’intera popolazione professionale europea. E l’Italia contribuisce al triste risultato. Le richieste dei liberi professionisti italiani, infatti, sono state circa 39mila (poco più di 32mila quelle approvate), numeri che pongono il nostro Paese al quinto posto nella classifica della mobilità transnazionale per quanto attiene lo specifico comparto delle libere professioni.

«Siamo ancora lontani dalla realizzazione di un effettivo mercato europeo delle professioni» – commenta il presidente di Confprofessioni, Gaetano Stella. «Il processo di armonizzazione avviato dall’Unione europea con la Direttiva 2005/36/CE sul riconoscimento delle qualifiche professionali incontra ancora oggi parecchi ostacoli a livello dei Paesi membri e, in alcuni casi, delle stesse categorie professionali che troppo spesso si trovano di fronte al muro della burocrazia». Eppure, secondo quanto previsto dalla direttiva, i professionisti qualificati a esercitare una professione nel proprio Stato dovrebbero poter esercitare la medesima professione in un altro Stato senza particolari ostacoli.

Entrando nel dettaglio del Rapporto 2018, è la Germania il Paese che maggiormente contribuisce alla domanda di mobilità internazionale, con circa 80mila richieste (12% delle richieste complessive). Segue la Polonia, con poco più di 65mila richieste, quindi la Spagna (quasi 56mila). L’Italia, che come si diceva si posiziona al quinto posto, dimostra quindi una propensione alla mobilità transnazionale molto bassa, più esigua di quella che si riscontra nella media europea.

Quanto al settore professionale, i più propensi a spostarsi sono medici e infermieri. Il settore sanitario, infatti, pesa sul complesso della mobilità europea per il 70% degli spostamenti transnazionali permanenti che si realizzano in Europa ed è dunque l’esempio più avanzato di mercato europeo delle professioni nonché quello in cui la regolazione transnazionale ha proceduto più rapidamente.

I professionisti più mobili sono quindi gli infermieri con circa 159mila richieste di autorizzazione, seguiti dai medici (133mila richieste). Al terzo posto gli insegnanti che, con 111mila casi, pesano il 20% sul complesso della mobilità. Le professioni di tipo tecnico mantengono invece un peso limitato. In Italia, i primi a spostarsi sono i medici (con poco meno di 12mila domande di trasferimento permanente), seguiti dalle professioni infermieristiche (9mila circa) e dagli insegnanti di vario ordine e grado (3mila circa).

Destinazione? Prima tra tutte il Regno Unito, con un quarto dei flussi in uscita diretto oltremanica, seguito da Norvegia e Svizzera (rispettivamente il 14% e il 10% dei flussi in uscita). Resta da capire se la tendenza resterà la stessa anche dopo Brexit.

twitter@silviapagliuca


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