Prandini (Coldiretti): «Il nostro export vale 41 miliardi L’Europa? Ci difenda meglio»


Il mio slogan? L’agricoltura prima, scherza (ma non troppo) il nuovo presidente di Coldiretti Ettore Prandini, giocando sull’America first di Donald Trump. Bresciano, 46 anni, da mercoled scorso alla guida della prima associazione degli agricoltori d’Europa per numero di iscritti, 1,6 milioni. Difesa del made in Italy e guerra all’Italian sounding, lotta agli accordi internazionali e dazi. La sua Coldiretti, per ora, si muove sulla linea della continuit con la gestione Moncalvo. Del resto Prandini stato uno dei suoi vice per cinque anni. Ma il nuovo presidente ha dalla sua anche l’esperienza maturata al vertice di Coldiretti Lombardia (una delle regioni pi pesanti sul fronte agricolo) e la gestione di Milano Expo 2015. A 28 anni entrato nell’azienda zootecnica di bovini da latte di famiglia. Poi nel 2006 ha aperto con la sorella una cantina vitivinicola. La politica la mastica fin da ragazzo, suo padre Giovanni fu un rappresentante di spicco della Dc (ministro della Marina mercantile e dei Lavori pubblici). Per l’agricoltura serve un progetto di visione — spiega — non di breve respiro. Si devono dare risposte immediate avendo presente il medio lungo periodo.

Nel suo discorso di insediamento ha detto che siete un’organizzazione filogovernativa, ma non un’organizzazione politica. Cosa vuol dire?

Non siamo un soggetto partitico, ma doveroso confrontarci con la politica e le istituzioni di questo Paese. Dobbiamo rispondere alle esigenze delle imprese agricole e del comparto agroalimentare in modo pi ampio. Per questo lo scorso ottobre abbiamo lanciato Filiera Italia, una nuova realt associativa che mette sullo stesso piano il mondo agricolo e l’industria agroalimentare italiana d’eccellenza per difendere tutta la filiera agroalimentare nazionale e sviluppare nuovi progetti.

Siete contrari agli accordi commerciali di libero scambio, come il Ceta. Muoversi con l’Ue non serve a tutelarsi in un mondo globalizzato?

Siamo di fronte a una finta globalizzazione se il valore concentrato nelle mani di pochi e il ceto medio svilito. L’Europa lunga e burocratica nel concedere l’obbligo dell’indicazione dell’origine ma non interviene quando Paesi come Francia e Gran Bretagna introducono le etichette semaforo che penalizzano la dieta mediterranea e le nostre produzioni. Gli accordi commerciali funzionano per altri settori ma non per noi. Il Ceta non sta dando i risultati aspettati e non serve a combattere il fenomeno dell’Italian sounding (falsi prodotti agroalimentari spacciati come made in Italy, ndr). Dobbiamo posizionare l’agroalimentare sul mercato mondiale come se fosse un prodotto di nicchia e farci pagare le nostre eccellenze.

In cinque anni il valore dell’export agroalimentare passato da 33,5 miliardi a 41,03 miliardi, ma il giro d’affari dell’Italian sounding da 60 a 100 miliardi. Vuol dire che c’ fame di prodotto italiano. C’ un problema di internazionalizzazione. Dobbiamo guardare al modello francese e tedesco: quando si apre un mercato, Parigi e Berlino arrivano velocemente. il caso delle carni suine in Cina, in un anno Francia e Germania hanno ottenuto le autorizzazioni per l’export mentre noi ci abbiamo messo 6 anni. fondamentale il ruolo delle ambasciate. Manca un sistema Paese su agricoltura e agroalimentare.

Le aziende agricole italiane sono troppo piccole?

Non esistono problemi di dimensioni. Negli anni Ottanta e Novanta ci dicevano che per competere bisogna essere grandi. Ma se consideriamo la crisi del 2007, le aziende che hanno saputo resistere sono le piccole e medie a gestione familiare. Le grandi hanno dovuto fare i conti con il costo del personale. Alla fine per, le esigenze delle grandi e delle piccole sono le stesse. Bisogna anche cominciare a pensare a un maggiore coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti sull’agroalimentare, per evitare nuovi casi Pernigotti.

Quali esigenze ha il comparto?

Per essere competitivi servono infrastrutture che permettano di portare i nostri prodotti, che sono deperibili, velocemente sui mercati perch ormai i magazzini non esistono pi. Il ragionamento sulla Tav va fatto partendo dal trasporto merci e non dai passeggeri. Serve una rete mista di trasporto veloce ferroviario per il Nord ma anche per valorizzare il nostro Sud. Negli ultimi dieci anni la Spagna ci ha superato per export di ortofrutta non perch abbia prodotti migliori ma perch riesce a raggiungere meglio i mercati del Nord.

Cosa chiedete alla nuova Pac per il dopo 2020?

I fondi di sostegno europeo al comparto agricolo non devono essere legati alla superficie produttiva ma dovrebbero premiare quei sistemi che maggiormente garantiscono occupazione. Vogliamo che la Ue finanzi l’insediamento dei giovani, la ricerca, lo sviluppo e la sostenibilit. Finora l’errore dell’Italia a Bruxelles stato aspettare i provvedimenti e poi contestarli, invece bisogna prevederli. Sui tavoli dobbiamo esserci prima. In Europa dobbiamo mandare i migliori. Sul riso abbiamo avuto ragione e ora il Consiglio Ue a fine mese dovr votare per rimettere i dazi sul riso importato dalla Birmania e dalla Cambogia.

12 novembre 2018 (modifica il 12 novembre 2018 | 22:28)

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