Piacentini, Mr. Agenda digitale: «App digitali anti-furbetti per il reddito di cittadinanza» L’intervista video integrale


Si chiama io.italia.it, è l’app dei servizi pubblici in fase di test. Servirà per la messaggistica, per i pagamenti, nei rapporti con la pubblica amministrazione. E potrebbe essere utile anche contro i furbetti del reddito di cittadinanza. È una delle eredità di Diego Piacentini, in scadenza questo mese dall’incarico di commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda digitale per il governo italiano. Laurea in Bocconi, ex general manager e vice president di Apple per l’Europa, ex senior vice president international di Amazon, Piacentini – un manager che parla comunemente con Jeff Bezos, il fondatore, presidente e amministratore delegato di Amazon – è stato «l’uomo del digitale pubblico» su nomina del governo Renzi, nel 2016. Ora cede il testimone e annuncia le novità nella digitalizzazione del Paese nella video intervista di Corriere Tv del 9 ottobre con Daniele Manca, vicedirettore del Corriere della Sera, e il saggista Roger Abravanel. A partire dall’app in fase di test. Che ha sviluppato insieme al suo staff di 29 persone, con sede a due passi da Palazzo Chigi.

Manca: Come funziona l’app per il reddito di cittadinanza?

«Permette ai cittadini di ricevere messaggi dalla pubblica amministrazione, esprimere preferenze. La stiamo testando con sette comuni e amministrazioni con alcuni servizi. Ci sono Milano, Torino, Palermo, Cagliari, ma anche piccoli comuni. È l’app del cittadino. Lo staff del vicepremier e ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio ci ha chiesto una soluzione tecnologica per il l reddito di cittadinanza. Progetto che noi abbiamo suddiviso in 4 blocchi tecnologici: chi ne ha diritto; qual è il passaggio dei soldi dallo stato al cittadino; qual è l passaggio dei soldi dal cittadino al mercato; la valutazione a posteriori della policy. Quest’ultimo è il più importante, quello che permette di rispondere alla domanda: ha funzionato questa policy, sì o no?

Abravanel: Ma il processo del reddito di cittadinanza è ancora tutto da definire, che senso ha digitalizzarlo di già? Non c’è il rischio che si voglia usare il suo nome per qualificare il progetto?

«Io ho una visione laica della progettazione tecnologica. Se possiamo far dire fra due anni che la formula ha funzionato e perché, o non ha funzionato e perché, allora lasciamo una buona eredità. Se ci riusciamo, fra tre quattro anni avremo superato nel digitale tanti Paesi».

Manca: A che punto è il progetto dell’Anagrafe nazionale della popolazione residente in Italia, la banca dati nella quale confluiscono tutte le anagrafi comunali? Ci sono stati ritardi.

«In Italia ci sono 8 mila anagrafi che non si parlano tra loro. È del 2012 la legge per unificarle, diceva che tutti i comuni avrebbero dovuto migrare su un software comune, ma nel 2014 lo aveva fatto solo Bagnacavallo. Poi l’abbiamo presa in mano noi nel 2016 e da un anno è partita la crescita. A oggi sono entrati nell’Anagrafe nazionale più di 600 comuni con 9,5 milioni di abitanti. Nei prossimi sei mesi arriveremo a 20 milioni di abitanti. Il punto è che si fa la legge, si mandano le circolari e si pensa che magicamente tutto parta, ma non funziona così. Noi abbiamo lavorato con Sogei e introdotto i processi di gestione dei progetti, dal call center al software per la migrazione. Ora lo strumento c’è. Le amministrazioni che vogliono modernizzarsi, lo fanno. No al concetto: i dati sono miei e non li dò agli altri».

Manca: Quali sono i vantaggi per il cittadino?

«Un esempio. Oggi chi si trasferisce deve andare allo sportello, all’Asl, segnalarlo. Il comune A comunica manualmente lo spostamento al comune B. Con un unico data base, invece, tutti i comuni interessanti sono informati all’istante. Niente più alibi».

Abravanel: Lei e la sua squadra che ruolo avete avuto?

«Delle 29 persone che lavorano con me non ne conoscevo una, prima di arrivare. E siamo ancora pochi. Hanno le competenze che spesso alla pubblica amministrazione mancano. Mi sono ispirato alla Gran Bretagna, che è partita nel 2010. Hanno avuto la forza propulsiva del cabinet office, la presidenza del consiglio. Mi auguro che questo governo, che capisce il nostro lavoro, riesca anche a spingerlo. Non solo per l’anagrafe nazionale».

Abravanel: Avete usato per i test comuni come Milano con Giuseppe Sala e Torino con Chiara Appendino. Ma come si fa a convincere i sindaci?

«I processi devono essere uguali per tutti, ripetibili e con propulsione dall’alto. L‘innovazione digitale non ha colore politico e richiede tempi lunghi. Si è detto che sull’anagrafe digitale nazionale mancavano le sanzioni, sono stato accusato di non avere usato il mio potere di commissario. Ma essere autorevoli è più importante che essere autoritari. E oggi c’è bisogno dell’effetto carota, di accompagnare i comuni. Nel 2019 dovrà avere aderito il 90%. Poi si vedrà».

Manca: All’inizio ci sono stati problemi anche per l’altro vostro progetto, Pago Pa: la piattaforma per i pagamenti digitali.

«Pago Pa soffriva del difetto dell’anagrafe nazionale. Lì abbiamo collaborato con Sogei e qui con la Sia, la società italiana che gestisce le reti di pagamento per le banche in tutta Europa e altrove. Abbiamo reso Pago Pa utilizzabile sullo smartphone, prima era solo sul pc. Serve a pagare lo Stato: multe, mense scolastiche, bollo auto, tasse. In Italia ci sono 250 milioni di transazioni all’anno nella pubblica amministrazione. Noi siamo partiti da zero e quest’anno ne copriremo il 6%, un risultato eclatante. Oggi tutto il sistema bancario è integrato con pago Pa. Io stesso ho pagato la Tari con Satispay. Se rendi il pagamento semplice, se togli la coda, diventa meno spiacevole pagare le tasse. Certo chi vuole evadere lo farà sempre, ma noi stiamo risolvendo il problema di chi non paga perché è complicato. Ora c’è il durissimo lavoro della integrazione con le amministrazioni. L’Italia è già uno dei pochi Paesi dove il 730 arriva precompilato, noi abbiamo raccolto il testimone»

Manca: Molto dipende dalle persone. Che succederà a fine ottobre?

«Quando ho detto a Bezos che avrei lasciato questo incarico la sua domanda è stata : chi è il successore? Spero che venga nominata una persona che io ho indicato. e con cui parlo del progetto dal novembre 2017. Non faccio nomi per scaramanzia. Ma sono ottimista».

9 ottobre 2018 (modifica il 9 ottobre 2018 | 18:49)

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