Pernigotti, una legge per salvare il marchio


Una ricapitalizzazione di cinque milioni perfezionata a fine maggio non è bastata a salvare lo stabilimento di Pernigotti, l’azienda del gianduiotto che ha annunciato la chiusura di Novi Ligure. I numeri e i dati di bilancio, insieme alla relazione del collegio sindacale consultata dal Corriere, raccontano un’azienda in rosso di otto milioni «che ha eroso significativamente il patrimonio netto, ridotto a 914 mila euro a fine 2017». Con un walzer di manager che in cinque anni, da quando nel 2013 è subentrata la famiglia turca Toksoz, non è riuscito a salvare il destino del gruppo dolciario con 160 anni di storia. Ieri il primo incontro dei sindacati al ministero dello Sviluppo economico in cui Pernigotti ha confermato i suoi piani: chiusura e cassa integrazione per 100 dipendenti. «Pernigotti è un marchio del made in Italy, se esiste lo dobbiamo alla tradizione del territorio e ai suoi lavoratori — ha detto il vicepremier Luigi Di Maio, presente ieri al tavolo —. Daremo qualsiasi tipo di disponibilità anche sulla cassa integrazione, ma deve essere chiaro che il destino dei lavoratori non può essere diviso dal destino del marchio. Non è accettabile — ha aggiunto Di Maio — che si prende il marchio e si mandano i lavoratori a casa».

L’ipotesi della produzione in conto terzi è la strada che sta esplorando la famiglia Toksoz, che ieri ha mandato a Roma al ministero alcuni consulenti, il direttore finanziario e il direttore delle risorse umane della società. Una scelta criticata dal governo che ha fatto sapere che il tavolo andrà avanti solo in presenza degli azionisti. E sarà proprio il premier Giuseppe Conte a convocare a Palazzo Chigi la famiglia Toksoz. Contestualmente Di Maio ha annunciato l’arrivo di una legge ad hoc, entro la fine dell’anno, che leghi per sempre i marchi italiani ai loro territori. Una scelta accolta positivamente dai sindacati e dai lavoratori in presidio ieri davanti al ministero, che tra cori e cartelloni hanno anche distribuito cioccolatini.

Se da un lato il governo si sta spendendo per concedere la cassa integrazione per cessazione a patto che l’azienda garantisca la reindustrializzazione, dall’altro lato i sindacati stanno sondando sul mercato la disponibilità di alcune aziende a comprare il marchio. Nei giorni scorsi era stata la stessa la Regione Piemonte, attraverso la finanziaria Finpiemonte, a ipotizzare di acquisire marchio, brevetti e stabilimento. Ma ancora non è chiaro se l’ipotesi incontra l’interesse degli azionisti. «Se la proprietà vuole uscire — ha puntualizzato il vicepremier — deve dare la totale disponibilità a cedere marchio e stabilimento insieme». I Toksoz invece vorrebbero cig straordinaria per cessazione di attività e produzione esternalizzata.

15 novembre 2018 (modifica il 15 novembre 2018 | 23:48)

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