Pensioni e reddito di cittadinanza, ecco che cosa (non) cambia


Le due principali misure di Lega e Movimento Cinquestelle, ovvero la riforma della Legge Fornero sulle pensioni con l’introduzione di «Quota 100» e il reddito e la pensione «di cittadinanza», non sono nella manovra firmata martedì dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Nel testo «bollinato» ci sono solo l’indicazione delle coperture: 6,7 miliardi per l’introduzione di «forme di pensionamento anticipato» nel 2019 e ulteriori 7 miliardi a decorrere dal 2020, mentre per il reddito di cittadinanza il fondo istituito ha una dotazione di 9 miliardi a decorrere dal 2019. Ma questi provvedimenti non partono subito: saranno oggetto di interventi legislativi successivi. Il governo ha comunque promesso che i primi assegni, sia per pensioni sia per reddito di cittadinanza, saranno erogati da aprile 2019. Che cosa cambia dunque in concreto adesso, e che cosa solo quando le nuove norme saranno scritte e in vigore? Vediamo.

Il taglio alle pensioni d’oro

Nella manovra in realtà i due provvedimenti non ci sono mai stati. Lo stesso vicepremier e ministro dello Sviluppo economico e del lavoro, nonché leader M5S,

Il leader M5S, Luigi Di Maio (Afp)
Il leader M5S, Luigi Di Maio (Afp)

Luigi Di Maio, aveva sempre detto che sarebbero arrivati dei provvedimenti ad hoc e che nella manovra sarebbero solo stati indicati i fondi. Allo stesso modo non ci saranno norme per il taglio delle pensioni d’oro. Anche per questa misura perequativa si attende un provvedimento specifico. Martedì i Cinquestelle hanno sostenuto che ci sarebbe un accordo politico con la Lega, che però non l’ha confermato, per inserire il taglio delle pensioni d’oro oltre i 4.500 euro netti (sulle quali intervenire con un contributo di solidarietà crescente, secondo cinque diversi scaglioni a seconda dell’entità dell’assegno) come emendamento alla legge di bilancio, dunque nel testo già presentato.

Le tre strade di intervento normativo

Per reddito e pensioni «di cittadinanza» fino a 780 euro al mese e «Quota 100» restano tre possibilità di intervento normativo: disegno di legge collegato; emendamenti al ddl bilancio; decreto legge (nel caso in cui ci sia un ritardo nell’attuazione delle norme stesse: si tratta infatti ci provvedimenti molto complessi, in particolare per il reddito di cittadinanza, in quanto va regolata la parte assistenziale, la parte previdenziale, la riforma dei centri per l’impiego).

Circa le pensioni, il governo ha più volte annunciato che «Quota 100» sarà realizzata con un’unica combinazione di età anagrafica e anni di contributi versati. Saranno richiesti 62 anni di età e 38 anni di anzianità contributiva. Ciò significa che se un lavoratore ha 63 anni di età può andare in pensione sempre che abbia 38 anni di contributi; in quel caso la quota salirebbe in realtà a 101. Con le regole attuali — che restano in vigore — si va in pensione con 67 anni di età o 42 anni e 10 mesi di contributi.

Ad una «Quota 100» così delineata — che dunque con l’andare degli anni diventa quota 101, 102 eccetera — sarebbero interessati circa 380 mila lavoratori l’anno prossimo, di cui circa 150 mila dipendenti pubblici. Non è detto però che tutti lasceranno il lavoro, in quanto andare via con le nuove regole di «Quota 100» comporterebbe un taglio, nei casi peggiori, del 20-25% dell’assegno pensionistico, in quanto verrebbe applicato un coefficiente di calcolo che tiene conto degli anni in più di pensione ricevuta nonché dei minori contributi versati (cinque anni in meno rispetto alle regole attuali). Inoltre il provvedimento — qualunque sarà la forma tecnica — dovrebbe anche prevedere un divieto di cumulo di redditi per due anni, al netto di una franchigia di 5.000 euro che corrisponde alla soglia delle prestazioni occasionali. Considerato tutto ciò e il fatto che «Quota 100» resta comunque una opzione, dunque una scelta volontaria, del lavoratore, si stima che una parte della platea potenziale non la sceglierà.

L’adeguamento alla speranza di vita

Un altro punto che sembra abbastanza definito è lo scatto dei requisiti per la pensione, dovuto all’adeguamento degli stessi requisiti alla speranza di vita. è già deciso che il prossimo adeguamento, dal 1 gennaio, sarà di 6 mesi; quindi la pensione di vecchiaia passerà a 67 anni con 20 anni di contributi, mentre dovrebbe essere congelato lo scatto per quella di anzianità, che ora è 42 anni e 10 mesi (un anno in meno per le donne) indipendentemente dall’età anagrafica, che dunque non salirebbe più a 43 anni e 3 mesi.

Ci sarebbe inoltre la proroga dell’opzione donna: viene data per sicura la possibilità di andare in pensione con 58 anni di età e 35 anni di contributi al 2015 — un anno in più per le lavoratrici autonome — ma con l’assegno interamente calcolato con il metodo contributivo, che comporterebbe una decurtazione del 20-25%. Allo stesso modo dovrebbe esserci la proroga dell’Ape social mentre non dovrebbe cambiare nulla per il pensionamento dei lavoratori precoci, ovvero 41 anni.

Rimangono non meglio specificate alcune norme come le agevolazioni per il riscatto della laurea per gli anni di corso successivi al 1996, ovvero per chi rientra interamente nel sistema contributivo; allo stesso modo per i giovani totalmente dentro il sistema contributivo ci sarebbero misure per riempire i buchi contributivi per chi ha avuto carriere discontinue.

1 novembre 2018 (modifica il 1 novembre 2018 | 12:05)

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