Pelle di fungo e filati di cipresso: ecco i tessuti “green” che fanno bene all’ambiente


Colorare vestiti e accessori con tinte 100% naturali, portare in passerella (per la prima volta) una collezione di abiti prodotti da filati di cipressi e pelle di fungo, creare il primo allevamento di alpaca in Italia, costruendo una filiera completa dell’agro-tessile. C’ un pezzo del mondo della moda made in Italy che fa bene all’ambiente, dove le best practice nel campo del tessile ecologicamente orientato offrono grandissime potenzialit. E che in Italia rappresenta il 20% del fatturato del settore (4,2 miliardi).

Molte di queste storie italiane di eccellenze green, esempi di biodiversit, innovazione ed economia circolare, fanno parte di un volume, Filare, tessere, colorare, creare, frutto dei risultati di un questionario ad hoc condotto da Donne in Campo Cia-Agricoltori Italiani e Ispra, dedicato proprio agli agri-tessuti che fanno bene all’ambiente.

Tra le tante storie raccolte, quella di Gianni Berna, ex economista, che per anni ha elaborato e seguito progetti di sviluppo nelle aree depresse dell’Africa e dell’Asia e che alla fine degli anni 90, primo in Italia, riuscito a creare con gli alpaca una filiera completa del tessile naturale. Una storia cominciata con due esemplari di alpaca portati dall’Inghilterra a Umbertide (Perugia): oggi Berna produce maglioni e coperte, partendo dall’allevamento del gregge, passando per la tosatura e la filatura della lana, fino al confezionamento. Rigorosamente senza acrilici e sintetici. Per andare incontro alle esigenze di una quota crescente di popolazione che avverte problemi di dermatiti da contatto dovuti ai coloranti sintetici.

Dalle foreste alle passerelle invece il viaggio intrapreso dalle ecodesign Francesca Dini e Anna Maria Russo, la cui collezione, che si conquistata un posto d’onore al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite di New York, total green con abiti prodotti da filati di cipresso, tessuti in sughero, eucalipto e faggio. Un esempio di quei nuovi sistemi di produzione a minore impatto ambientale come chiede l’Onu nell’agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Oggi, infatti, una maglietta richiede, in media, 2.700 litri di acqua per essere prodotta, spiega Cia -Agricoltori Italiani, genera elevate emissioni di CO2 e utilizza soprattutto fibre e coloranti di sintesi. Considerando che la produzione mondiale di indumenti destinata a crescere del 63% entro il 2030, urgente l’inversione di tendenza. Ma ci sono buone notizie: secondo il Global Lifestyle Monitor 2018, l’osservatorio che su base biennale rileva gusti, preferenze e comportamenti d’acquisto dei consumatori italiani e stranieri in tema di abbigliamento, il 55% dei nostri connazionali disposto a pagare di pi per capi abiti ecofriendly.

Recuperando piante e scarti di coltivazione a uso tintorio, si contribuisce a riqualificare aree dismesse o degradate, tutelando al contempo biodiversit e paesaggio. quello che ha fatto, per esempio Assunta Perilli, archeologa tessitrice dell’Aquilano, che ha riscoperto un’antica variet di lino autoctona, e le sue lavorazioni tradizionali, arrivando a confezionare il kilt donato a Carlo d’Inghilterra dal sindaco di Amatrice nella sua visita nel 2017, dopo il terremoto del Centro Italia.


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