Patuelli (Abi): «Il rischio-banche? Ogni istituto ha una storia a sé»


L’incertezza sul futuro spinge gli italiani a risparmiare sempre di più — lo fa il 39% delle famiglie italiane, +2% rispetto a un anno fa — ma spinge anche i banchieri ad attendere le decisioni finali del governo per quanto riguarda la manovra e i rapporti con l’Europa — che incidono direttamente sullo spread e quindi sul patrimonio degli istituti —, la tassazione sugli istituti di credito e le eventuali misure di intervento in situazioni di crisi bancaria, finora non visibili. Il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, e quello dell’Abi, Antonio Patuelli oggi alla 94esima Giornata del Risparmio presteranno molta attenzione alle parole che userà il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, per spiegare la manovra ormai definita, la risposta che verrà data alla Commissione Europea che l’ha bocciata e l’attenzione che mostrerà al sistema bancario. Toccherà invece al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, tracciare un quadro della situazione delle banche alla vigilia degli stress test che saranno pubblicati venerdì solo per Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi, BancoBpm, mentre quelli di Bper, Credem, PopSondrio, Carige, Iccrea e Mediobanca resteranno riservati e finiranno nelle indicazioni «Srep» della Bce sul patrimonio nel 2019. I risultati sono attesi positivi considerato anche che l’esame di sforzo è stato effettuato sui bilanci chiusi a dicembre 2017 quando lo spread era attorno a 100 punti e che una delle situazioni di stress consiste in uno spread che vola a quota 250 punti, meno dell’attuale livello di 310 punti.

Uno dei messaggi chiave che Patuelli lancerà è che non esiste un tema di sistema bancario: ogni istituto fa storia a sé, ogni banca ha un proprio investimento in Btp con una diversa scadenza dei titoli, quindi non per tutte le banche «le montagne russe dello spread» — secondo la definizione di ieri di Guzzetti — hanno un identico impatto. Altrettanto significativa sarà la valutazione di Visco sul quadro macroeconomico, dopo che ieri i dati Istat hanno mostrato un Pil fermo nel terzo trimestre facendo dubitare del raggiungimento di quel +1,5% di crescita stimato dal governo Conte. Meno crescita significa meno ricavi per le banche e, in prospettiva, maggiori crediti deteriorati. Quello che domina è insomma ancora l’incertezza, che è il male peggiore per gli investitori e le famiglie. E se i primi scelgono di non entrare nelle partite nostrane (vedi Alitalia), le seconde scelgono la via da sempre prediletta: il risparmio. Secondo i dati Acri-Ipsos, il 39% delle famiglie afferma di essere riuscito a risparmiare. La moneta unica risulta comunque un caposaldo: sebbene la quota sia in calo, ancora due terzi non vogliono l’uscita dall’euro. Anche la quota di insoddisfatti dell’euro scende: erano il 74% nel 2014, il 65% nel 2017, sono il 63% oggi.

31 ottobre 2018 (modifica il 31 ottobre 2018 | 08:21)

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