Morto Gigi Radice, il «tedesco» dagli occhi di ghiaccio che rivoluzionò il calcio italiano


L’uomo dagli occhi di ghiaccio se n’era già andato da tempo, da quel giorno in cui la sua amata Nerina chiese agli amici di una vita di non passare più a trovarlo. Non voleva che lo vedessero così, imprigionato da una malattia crudele. Lui non lo avrebbe mai accettato. E alla fine, se anche non avessero ascoltato il suo consiglio, Gigi non li avrebbe comunque riconosciuti. Alzheimer, un destino impietoso per un uomo che senza troppi strepiti ha cambiato il calcio italiano.

Gigi Radice, detto il tedesco per il carattere non proprio accomodante e per i capelli biondi, ha vinto tanto da calciatore (3 scudetti e 1 Coppa dei Campioni con il Milan), difensore ruvido e molto fisico, ma ha segnato la storia del calcio italiano da allenatore. Vincendo un solo scudetto, ma che scudetto: quello del 1975-76, Torino campione d’Italia 27 anni dopo i Grandi di Superga. L’ultimo campionato vinto dai granata, ed è per questo che i tifosi ancora lo considerano quasi una divinità. Era il Toro dei gemelli del gol, Pulici e Graziani, del poeta Claudio Sala, del giaguaro Castellini, di piedone Eraldo Pecci, di Zaccarelli. Ma se chiedevate a Radice, quello era il Toro di Caporale e Patrizio Sala, i due gregari che gli permisero di giocare come nessuno mai in Italia.

Erano gli anni Settanta, quelli di Cruyff e dell’Arancia Meccanica, quelli del calcio all’olandese, della Nazionale magnifica perdente ai Mondiali del ’74. In Italia divennero gli anni del Toro e di un gioco rivoluzionario, mai visto prima da queste parti. A un pragmatismo tutto brianzolo, Gigi aggiunse un’insospettabile fantasia, un senso del collettivo come non si era mai visto prima e una fede incrollabile nelle proprie convinzioni: «Meglio perdere con le mie idee in testa, che con quelle di un altro allenatore». Le prove generali le aveva fatte a Monza, in serie B («quello era il mio Real Madrid», confessò a fine carriera agli amici), poi dopo un periodo di apprendistato a Cesena, Firenze e Cagliari approdò a Torino, voluto da Orfeo Pianelli affascinato da quel tipo tosto, ruvido nei modi ma che di calcio ne capiva.

Quel Torino fu una delle più belle squadre d’Italia, e probabilmente raccolse meno di quanto avrebbe meritato. Dopo lo scudetto del Toro e quell’esibizione di calcio totale mai vista prima, la Juventus corse ai ripari e ingaggiò Giovanni Trapattoni. I due erano amici (Radice era nato a Cesano Maderno, Trapattoni – di 4 anni più giovane – a Cusano Milanino, avevano giocato insieme nel Milan), il Trap era un quasi debuttante, sì, ma alla guida di una squadra fortissima. Il Torino riuscì nella sfortunata impresa di perdere il titolo conquistando 50 punti su 60. E quel momento magico, il 16 maggio 1976 con paracadutisti e bandiere granata al Comunale, non sarebbe tornato mai più.

Quel giorno il “tedesco”, inseguito da un Paolo Frajese che in diretta tv voleva sentirlo esultare per uno scudetto che il popolo granata attendeva da 27 anni e da una tragedia nazionale, seppe soltanto dire: «Peccato per quell’autogol, potevamo vincere tutte le partite in casa, sarebbe stato un record imbattibile». Molti pensarono che travolto dall’emozione Radice non si rendesse conto esattamente della portata dell’impresa. Gigi il perfezionista invece era così: si può sempre fare meglio. Soprattutto, senza darsi troppe arie.

Il calcio italiano oggi piange il biondo. Chi non ha mai visto quel Toro, non sa che cosa si è perso.

7 dicembre 2018 (modifica il 7 dicembre 2018 | 17:41)

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