Milan, enigma Gattuso: «A fine anno dirò quello che penso e che farò»


Stracci volanti in casa del Diavolo. Come già troppe volte, nel corso di questa stagione piena di tutto e con un obiettivo vitale ancora da raggiungere, la prossima Champions e i suoi 50 fondamentali milioni di euro. A lanciarli, gli stracci, in pubblico, e per di più alla vigilia dell’esame cruciale di Genova con la Samp dell’ottimo Giampaolo e dell’infinito Quagliarella, il primo di dieci che decideranno il destino del Milan e dello stesso Gattuso, stavolta è stato un Rino cupo come non mai: «Il mio futuro lo saprete fra due mesi, quando finirà il campionato dirò quello che penso e che farò». Bum.

Pochi dubbi sul destinatario, la dirigenza, nello specifico il direttore generale dell’area tecnico-sportiva, quel Leonardo col quale i rapporti non sono mai stati granché. Eufemismo. Indoli diverse, scarse affinità elettive, tipi umani agli antipodi. E soprattutto una convivenza coatta, non voluta: reclutato dalla precedente gestione, l’ex mediano è stato confermato da Elliott in estate e poi durante la crisi di fine anno, probabilmente più per mancanza di alternative convincenti che per scelta. Lo scenario però è chiaro: senza il quarto posto è addio. Nonostante i due anni ulteriori di contratto.

Molti gli scontri di vedute, anche accesi, addirittura accesissimi quelli più recenti, relativi al derby perduto. Nei colloqui Rino ha riconosciuto gli errori, prima di tutto la strategia rivelatasi fallimentare di cercare di aggredire l’Inter in maniera troppo sbilanciata, ribadendoli anche ieri in conferenza, ma la questione è un’altra, diversa, più complessa, profonda: si sente solo, abbandonato a se stesso, costantemente nel mirino.

Qualche ragione, nel merito, ce l’ha. Anche dopo il fiasco nel derby la faccia ce l’ha messa lui e solo lui. Dirigenza non pervenuta. Come spesso è capitato nel corso della stagione. Di sbagli, Gattuso ne ha commessi. Già prima dell’Inter si erano notate avvisaglie, evidentemente non colte, ma se oggi il Milan è al quarto posto significa che sta dove deve stare, in linea cioè con le richieste societarie. Ora c’è da riprendere la volata, partendo da Marassi dove stasera Paquetà e Kessie saranno sostituiti da Castillejo e Biglia. Gara crocevia, vietato fallire.

Ma cosa intende Gattuso? Che è pronto a dimettersi anche in caso di Champions? Difficile. Anche se con uno come Rino, orgoglioso e cocciuto, talvolta fino all’autolesionismo, nulla va escluso. L’impressione è che si sia trattato però più che altro di uno sfogo inopportuno e dalle tempistiche pessime, sul quale hanno pesato anche i veleni della vicenda Kessie-Biglia («caso chiuso») e una brutta influenza che ha steso l’allenatore a inizio settimana.

«Forse non sono bravo abbastanza» ha risposto quando gli è stato chiesto il perché il suo Milan fin qui abbia sistematicamente fallito contro le grandi, Roma a parte. La verità è che ognuno ha il suo destino, e quello di Rino è dover ogni giorno confermare di essere un allenatore vero e non un vecchio mediano buono solo per le arringhe. La risposta la può dare solo lui: gli basta riportare il Diavolo in quella Champions che «per noi vale come uno scudetto». Poi, si vedrà.

29 marzo 2019 (modifica il 29 marzo 2019 | 22:39)

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