Micov, l’uomo che non esulta mai: «Sono fatto così ma adoro vincere»


L’imperscrutabile. Vladimir Micov in campo usa la sua faccia da poker con la stessa precisione con cui colpisce da 3 punti. Che vinca o che perda. Un attrezzo di lavoro, come la canottiera, le scarpe, il pallone.

«Quando giocavo nel Baskonia, l’allenatore Dusko Ivanovic chiamava il mio agente e diceva: questo ragazzo non parla, non mostra emozioni. Non aveva capito come sono fatto».

E come è fatto, Vlado Micov?

«Sono così. Non mostro mai le mie emozioni. È sempre stato il mio carattere, non saprei se definirlo un problema o meno. Cerco di aiutare i miei compagni in altri modi».

«Cercando di fare sempre la cosa giusta in campo».

Il playmaker nascosto, l’allenatore in campo: a 33 anni il serbo è sempre più l’arma tattica di una Milano che vola a canestro, in Italia e in Europa. Se l’aspettava di essere così avanti in Eurolega?

«Lavoriamo per questo, ma il cammino è ancora lungo».

Stasera ritrova la sua ex squadra, il Vitoria, quella dove lei non parlava…

«È indietro, ma in Eurolega non ci sono squadre scarse. Il Baskonia è partito male, ora però ha cambiato allenatore, in campionato ha battuto Gran Canaria. Se vogliamo restare in alto dobbiamo vincere».

Anche senza gli infortunati Nedovic e Della Valle?

«Gli infortuni fanno parte della vita, tutti gli altri ora devono fare un passo in avanti a cominciare da me. È il momento di dimostrare che siamo in grado di competere a questi livelli. Dovremo giocare una grande partita chiedendo l’aiuto dei tifosi: possono essere decisivi».

Vincete con un suo canestro sulla sirena. Che fa? Esulta?

«Non posso assicurare, ma credo di no…».

Si ricorda che cosa le chiese in diretta tv il telecronista turco dopo che lei vinse l’Eurocup con il Galatasaray?

«Certo. Mi disse: ma ora che hai vinto, un sorriso riesci finalmente a farlo?».

E se la ricorda la sua esultanza dopo la stoppata di Goudelock in gara 5 con Trento?

«Non posso ricordarmela: non ho esultato».

«Non so che cosa mi sia passato per la testa. Di sicuro un mio errore. Mi è dispiaciuto non avere reazioni, avrei dovuto reagire diversamente perché è stato il momento in cui è cambiata la finale e sostanzialmente con quella partita abbiamo vinto lo scudetto. Rivedendomi, mi è dispiaciuto non esultare».

Ma lei è così anche quando è lontano dal basket?

«No, sono così solo in campo. Ma non recito la parte, mi viene così».

Come si definirebbe, come giocatore, in una parola?

«Semplice: sto imparando a gestire il mio corpo per continuare a essere in grado di giocare a questi livelli anche se non sono più un ragazzino».

Il giocatore a cui si ispira?

«Dejan Bodiroga. Era il mio idolo. Lui ha vinto tutto, io molto meno, però ho sempre cercato di imitarlo nel modo di giocare, nel fare le cose giuste, al posto giusto, al momento giusto».

Bodiroga è stato un idolo anche dei tifosi di Milano.

Anche un altro serbo come lei, Sasha Djordjevic, è stato un idolo di Milano.

Ma non è un idolo suo…

«Si riferisce alla mia esclusione dalla Nazionale? Non ho mai capito che cosa sia successo».

«Per 4 anni ho speso ogni estate per la Nazionale. A 3 giorni dal Mondiale giochiamo questa amichevole con la Nuova Zelanda, vengo sostituito e come sempre, quando esco, do il cinque a tutti i compagni, che abbia giocato bene o male. Djordjevic mi urla “vieni qui, vieni qui e siediti”. Non ho capito bene che cosa fosse successo, mi pareva esagerato. L’ho guardato. E lui mi ha allontanato dicendo che ero persona non gradita. Da quel momento è come se non fossi più esistito».

Dicono che lei parli poco, ma quando parla le sue siano sentenze.

«Sono una persona diretta. Dico sempre quello che penso e lo faccio con grande onestà».

Non ha mai pensato che con un po’ più di diplomazia avrebbe avuto una carriera ancora migliore?

«Forse qualche volta questa abitudine mi è ritornata contro, la verità può fare male, però alla fine è meglio essere diretti che nascondere qualche cosa».

Che rapporto ha con i social?

«Inesistente. Mettere gli affari miei in piazza va contro la mia filosofia».

Ha 33 anni e sta tirando con le sue migliori percentuali di sempre. Qual è il segreto?

«Lavoro. Mi alleno ogni estate con un coach personale. Non che a 33 anni possa migliorare tantissimo. Però sto bene, le tre partite a settimana non si sentono».

È stato votato mvp dell’ultima Supercoppa.

«E sono rimasto sorpreso. Non schiaccio, non faccio canestri spettacolari. Ma il basket è uno sport di squadra. E quando vinci, significa che tutti sono stati bravi».

«Il contratto scade quest’anno, quindi vedremo. Ovviamente ho raggiunto un’età in cui cominci a porti il problema di finire la carriera nel modo giusto. Milano può darmi questa possibilità. E io posso dare tutto per portare Milano a raggiungere gli obiettivi che si è prefissata».

21 novembre 2018 (modifica il 21 novembre 2018 | 09:44)

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