Meret è un predestinato –


CASTEL VOLTURNO – La solitudine dei numeri primi, in quella striscia bianca ch’è il confine tra la gioia e la disperazione, è un lampo che acceca, un’alba che illumina, un sentimento che si rivolta, magari su se stesso, e demolisce il passato e la malinconia, il dolore e la sofferenza, e si può ridere ed esultare, ora che non c’è traccia di quella sofferenza sorda, che gli ha strappato l’allegria. La solitudine di quel numero 1 è un ceffone al pallone, è ribellione al destino, è pubalgia soffocata, una spalla risistemata, un’ulna ricostruita: il resto è vita da vivere, nello splendore dei ventuno anni e di un’allegria da custodire su mani che conducono ovunque, sui sentieri più impervi che inseguono paragoni eccellenti. La solitudine di Alex Meret, in quel tunnel interminabile – dieci partite perdute con la Spal nell’anperno della B, altre ventisei negategli in quello della A e poi adesso cinque mesi a scorgere l’universo Napoli dalla serratura dell’infermeria – è un tormento dell’animo, un malessere avvolgente, un conto sempre, perennemente, in sospeso con la sorte, aggrappatasi alla rete di una porta sbattutatele in faccia troppe volte, sino al novantatreesimo d’un 22 dicembre 2018 che sa di resurrezione ma anche d’incoronazione ufficiale che Re Carlo (Ancelotti) ha sussurrato Coram Populo: «Meret è fuori dal normale».

LA CITTA’ DEI PORTIERI – Eccezionale, ma veramente, nella Patria dei fuoriclasse, dei Dino Zoff e degli Ottavio Bugatti, dei Giovanni Galli e dei Luciano Castellini, dei Pepe Reina e dei Morgan De Sanctis, dei Claudio Garella, dei Giuliano Giuliani e degli Arnaldo Sentimenti, di una città che ha sbarrato le strade al nemico con genialità o sregolatezza che appartengono al codice genetico di uomini destinati a sopravvivere da eroi o a sfidare, come scrisse Edoardo Galeano, la «condanna alla disgrazia eterna».

Leggi l’articolo completo sull’edizione odierna del Corriere dello Sport 


Ancelotti: “Nessun calcolo, pensiamo a noi”


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