Meno tasse al nord e il reddito di cittadinanza al Sud: le riforme del governo che dividono il Paese


Il cammino dell’autonomia per le Regioni del Nord che ne hanno fatto richiesta, Veneto e Lombardia in testa, è ancora lungo. Il consiglio dei ministri di venerdì scorso si è limitato a segnare un percorso che dovrebbe portare alla sottoscrizione di un’intesa a metà febbraio. Il condizionale è d’obbligo, viste le resistenze anche all’interno del governo. E il fatto che l’accordo debba essere tradotto in una legge, che dovrà essere approvata a maggioranza assoluta, complica le cose. Il ministro degli Affari regionali,Erika Stefani, è stata però chiara fin dall’inizio su un punto: la concessione di maggiore autonomia non determinerà cambiamenti immediati nella distribuzione delle risorse. Nella prima fase della riforma, ha precisato, le Regioni riceveranno i finanziamenti per occuparsi delle nuove competenze ma sulla base di quanto lo Stato ha speso storicamente per quelle Regioni. Solo in un momento successivo, secondo il ministro, si potrà passare a utilizzare i costi standard, cioè a stabilire, sempre a livello centralizzato, il costo dei prodotti e dei servizi, trasferendo alla Regione la cifra di competenza a prescindere dalla sua spesa storica.

Dalla loro, le Regioni del Nord, convinte che lo Stato non debba più intermediare le entrate fiscali che devono restare sul territorio dove sono state raccolte, dispiegano i numeri. Il Veneto, ad esempio, sottolinea come nella classifica della spesa statale occupi il terzultimo posto con un esborso pari a 2.816 euro per abitante, a fronte di una media nazionale di 3.689 euro e contro i 4.150 euro della Calabria e gli 8.092 del Trentino-Alto Adige. In questo modo lo scarto Sud-Nord è di quasi mille euro per abitante rispetto a quanto lo Stato spende nei territori. A parte il Lazio, nel quale ricadono le sedi dei ministeri, il territorio in cui lo Stato spende di più è l’Abruzzo, con 4.414 euro per abitante all’anno. A seguire, il Molise con 4.382 euro, la Calabria con 4.150 e la Basilicata con 3.931 euro.

Ma le cifre che più dividono sono quelle relative ai «residui fiscali», cioè il saldo tra entrate fiscali e spesa. Che è pari a +52 miliardi per la Lombardia, +18,8 per l’Emilia Romagna, +15,4 miliardi per il Veneto. Possono vantare il segno «più» anche Piemonte, Toscana Lazio, Marche, Liguria, Friuli Venezia Giulia e Val d’Aosta. Tutte le altre Regioni spendono più di quanto incassino, a cominciare dalla Sicilia, che ha un residuo negativo superiore ai 10 miliardi. L’accusa è che la spesa delle Regioni meridionali sia gonfiata dai costi dell’assistenzialismo. E, a riprova, si snocciola il numero del personale ogni centomila abitanti, pari a 228 unità in Basilicata o 192 in Molise, a fronte di una media nazionale di 70, 32 in Lombardia e 52 in Veneto.

A gettare benzina sul fuoco delle polemiche è intervenuto il Reddito di cittadinanza, la misura voluta dal M5S che, secondo proiezioni accreditate, andrà al Mezzogiorno per il 63%. Ma è possibile proporre un’alternativa alla contrapposizione tra Nord e Sud fondata sulla teoria per cui il Sud drena risorse al Nord, frenandone lo slancio? Hanno fondamento le richieste di «restituzione» dei residui fiscali che oggi migrano dalle Regioni virtuose verso quelle meno efficienti? A tentare una chiave di lettura diversa, basandosi su cifre spesso trascurate, è Svimez, il centro di ricerche specializzato sul Mezzogiorno. La tesi contenuta nella recente relazione è che l’integrazione tra le due parti del Paese è necessaria e biunivoca poiché oltre ai trasferimenti netti di risorse pubbliche che da Nord vanno a Sud, implica corposi ritorni a vantaggio del Nord. Il Mezzogiorno è un primario mercato di sbocco dell’industria settentrionale; il risparmio meridionale è impiegato per finanziare investimenti meno rischiosi e più redditizi nel Centro-Nord; l’emigrazione di giovani meridionali in formazione o con elevate competenze già maturate alimenta l’accumulazione di capitale umano nelle regioni settentrionali.

Più in concreto, Svimez stima che la domanda interna per consumi e investimenti del Mezzogiorno attiva circa il 14% del Pil del Centro-Nord. Con riferimento al 2017, la domanda espressa da consumatori meridionali per beni di consumo e d’investimento ha dato luogo a una produzione realizzata nel Centro-Nord per 186 miliardi di euro. Un valore pari alla metà di quella attivata dalla domanda estera sul Pil del Centro-Nord. «La nozione di dipendenza del Sud — scrive Svimez — andrebbe perciò più correttamente sostituita con quella di interdipendenza mutuamente benefica». Anziché abbandonare il Sud, il Nord dovrebbe provare a valorizzarne la disponibilità di risorse fisiche e di fondi delle Agende europee di cui dispone.

A propria volta il Sud dovrebbe impegnarsi a migliorare la propria produttività rispetto a quelle settentrionali. Nel ventennio 1995-2015, segnala Bankitalia, il divario, in parte legato alla specializzazione in settori relativamente meno innovativi e alla maggior quota di imprese di piccola dimensione,si è ridotto per l’uscita dal mercato, nella fase recessiva 2008-2013, delle imprese meno efficienti. Resta una carenza infrastrutturale endemica, addebitale alle scelte a livello centrale. Mentre le amministrazioni locali sono giustamente chiamate a fare meglio in tema di velocità e capacità di spesa dei fondi europei e di rispetto della legalità.

Quanto al tema della redistribuzione operata dal sistema fiscale, lo ha spiegato bene il direttore generale di Banca d’Italia, l’economista Salvatore Rossi, su Il Foglio: «Dal Nord al Sud c’è, da sempre, un travaso di risorse pubbliche stimabile in quasi il 4% del Pil nazionale l’anno, dovuto a un meccanismo semplice: le entrate tributarie sono correlate al reddito dei contribuenti, che è strutturalmente più basso al Sud, mentre la spesa pubblica è uniforme nel Paese, perché esso intende fornire a tutti i suoi cittadini lo stesso livello di servizio pubblico».

Una scelta equitativa che è custodita dalla Costituzione. Il problema è semmai che questo meccanismo redistributivo ha funzionato poco e male a causa di una gestione dei servizi pubblici che, a parità di risorse finanziarie, al Sud è da sempre peggiore. Ma su questo si può intervenire. Svimez, ad esempio, propone, in alternativa al meccanismo proposto dalle Regioni autonomiste, il superamento della spesa storica a favore dei costi standard per il finanziamento dei livelli essenziali e delle funzioni fondamentali. Ma a gestire tutto deve essere sempre lo Stato.

25 dicembre 2018 (modifica il 25 dicembre 2018 | 11:20)

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