Mef, le dimissioni di Roberto Garofoli: «Contro di me attacchi sistematici»


Degli attacchi subiti negli ultimi mesi, soprattutto dal M5S, culminati a settembre con l’audio del portavoce di palazzo Chigi Rocco Casalino che minacciava di fare fuori i vertici del Tesoro, colpevoli di non trovare le risorse per il Reddito di cittadinanza, non parla nella sua lettera di dimissioni in cui ringrazia «donne e uomini di altissima competenza e vero senso dello Stato». Ma Roberto Garofoli, il capo di Gabinetto del ministero dell’Economia che ieri ha lasciato l’incarico «dopo la sostanziale approvazione della legge di Bilancio» e in accordo con il Quirinale e con il ministro Tria, qualche sassolino su quella campagna diretta a farlo fuori, se l’è tolto parlando con i collaboratori. «É stata una campagna martellante — ha detto — volta deliberatamente, in modo studiato e sistematico, a scalfire la mia immagine di integrità nell’esercizio delle funzioni pubbliche».

Un prezzo da pagare

Ma «è un prezzo che dobbiamo pagare – ha proseguito -. Siamo professionisti al servizio del Paese, come avviene in tutte le grandi democrazie occidentali». Un prezzo pagato alla coerenza, pare voler dire quando spiega ai suoi: «Nella mia posizione, e sempre provando ad argomentarne le ragioni tecniche, ho dovuto spesso evidenziare l’incompatibilità finanziaria o giuridica di alcune scelte politiche o la necessità di perseguirle nel rispetto del quadro delle regole nazionali ed europee. L’ho dovuto fare con i vari governi». Il riferimento, dunque, non è solo alla guerra mossagli dai grillini e, si dice, negli ultimi giorni anche dal presidente Conte. Ma anche ai contrasti avuti con l’ex premier Matteo Renzi, quando fu accusato di aver posticipato l’effetto del bonus degli 80 euro in busta paga o quando annullò il pensionamento di 4 mila insegnanti.

Il commento di Tria

Non è un tipo facile Roberto Garofoli, 52 anni, tarantino di nascita, molfettese di adozione, magistrato da oltre 25 anni, prima penale e dal 2000 al Consiglio di Stato, di cui fino a ieri era presidente di sezione “fuori ruolo”. L’esperienza di governo comincia a fine 2011 con l’esecutivo Monti e prosegue con Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Sui casi del presunto scambio di favori con la Croce Rossa (un emendamento da 84 milioni di euro a favore dell’ente in cambio della cessione di una parte di un immobile a Molfetta), sollevato da Il Fatto quotidiano, ai suoi collaboratori ha detto: «Che fosse un attacco deliberato, lo attesta il fatto che si è voluto insistere con questo autentico falso anche dopo la ferma e pubblicamente documentata presa di posizione del ministro Tria». Che ieri ci ha tenuto a assicurare che le dimissioni del suo capo di Gabinetto «non hanno nulla a che vedere con questa storia che ho già smentito a suo tempo» e che Garofoli, quando lui a giugno gli aveva chiesto di restare, «aveva già dei dubbi» ma «aveva detto di sì solo per un periodo». Più lapidario il commento del vicepremier Matteo Salvini: «Non so nulla, non c’entro, non è colpa mia».


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Daniele Franco


19 dicembre 2018 (modifica il 19 dicembre 2018 | 21:20)

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