Le accuse di Parigi all’Italia: dichiarazioni «infantili»


Qualcuno, nella folla del World Economic Forum, si avvicina a Bruno Le Maire con una domanda: «Non trova che sia idiota questo scambio di accuse fra l’Italia e la Francia?». Il ministro dell’Economia di Parigi si ferma, sorride appena e risponde senza pensarci: «Lo è. Ma non credo che la responsabilità sia nostra». Più tardi definirà le dichiarazioni dei leader di governo di Roma «infantili», dunque da ignorare «perché in Europa abbiamo bisogno di raccogliere le forze sui progetti del futuro».

Le Maire ha senz’altro ragione su un punto: in un’Unione europea di 28 Paesi con storie e geografie lontane fra loro e partiti di ogni ispirazione, l’isolamento politico non esiste. Enzo Moavero Milanesi, il ministro degli Esteri, proprio a Davos definisce il sistema europeo «un arcipelago: ci sono i Paesi di Visegrad a Est, la nuova Lega anseatica a Nord e il patto franco-tedesco. Magari noi — si chiede Moavero — dovremmo fare un gruppo mediterraneo». Di sicuro la solitudine politica non è un problema italiano, ancor meno adesso che si affaccia l’ipotesi di un gruppo nazionalista all’europarlamento che tenga insieme la Lega, il partito di governo in Polonia e le opposizioni di destra radicale di Francia, Olanda, Danimarca, Svezia e magari Spagna e Germania.

Se dunque la Ue fosse solo un serbatoio di opinioni pubbliche davanti alle quali competono idee diverse, il ruolo dell’Italia non sarebbe poi così singolare. Invece l’Europa che in questi giorni si racconta a Davos con alcuni dei leader nazionali — ieri anche il cancelliere austriaco Sebastian Kurz — è soprattutto un tessuto di progetti. Incompiuti, ma concreti. È su questi ultimi che per un’Italia dedita alle accuse agli alleati si profila il rischio di scivolare ai margini, quasi senza rendersene conto.

Spesso sono questioni in apparenza laterali, benché decisive per i prossimi anni. Le Maire a Davos per esempio ha confermato che sta partendo un progetto industriale di Francia e Germania, «a cui Spagna e Polonia hanno espresso interesse», con un obiettivo preciso: costruire batterie elettriche. Una batteria rappresenta un terzo del valore di un’auto e oggi la cinese Lg Chem e la coreana Samsung controllano questo mercato destinato a esplodere. I governi europei vogliono impedire che i loro costruttori auto diventino vassalli di produttori asiatici di componenti. Eppure, non invitata o distratta, l’Italia è fuori da questa partita che potenzialmente mette in gioco milioni di posti di lavoro.

Emblematica è anche l’assenza del governo di Roma da un progetto europeo sull’Iran. Nel Paese 2017 il made in Italy aveva fatturato 1,3 miliardi di euro, terzo in Europa a poca distanza dalla Francia; ora naturalmente rischia di doversi fermare a causa della minaccia di sanzioni di Washington. La risposta europea prevede il lancio di un veicolo societario ad hoc, creato dai governi, attraverso il quale transiti tutto l’export del continente verso l’Iran aggirando le sanzioni dell’America di Donald Trump. Ma quando Emmanuel Macron e Angel Merkel hanno voluto dare la spinta finale al progetto, arenato a Bruxelles, non si sono rivolti a Roma. I leader di Francia e Germania hanno concluso un accordo con Theresa May, per quando distratta fosse la premier di Londra dalla Brexit.

Gli indizi della marginalità italiana non finiscono qua. La fusione fra Fincantieri e la francese Stx è frenata dall’appello a Bruxelles delle Antitrust di Francia e Germania, mentre Parigi e Berlino mettono pressione sulla Commissione Ue perché autorizzi l’accordo nei treni fra Siemens e la transalpina Alstom. Il «consiglio di sicurezza europeo» fra «meno Paesi», di cui Merkel ha parlato mercoledì a Davos, prefigura la stessa visione: un’Europa a più velocità, imperniata su un nucleo di governi che litigano a volte, ma non usano il vicino come capro espiatorio dei propri problemi.

Annagret Kramp-Karrenbauer, nuova leader della Cdu tedesca e grande candidata a succedere a Merkel, ha già preso nota delle tensioni fra Italia e Francia. «Sono preoccupata — le è sfuggito ieri nei corridoi di Davos —. Sono due fondatori della Ue, abbiamo del lavoro da fare con loro».

25 gennaio 2019 (modifica il 25 gennaio 2019 | 07:52)

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