L’alieno Djokovic e la saggia politica dei piccoli passi: «Obiettivo Parigi»


«Non c’è fretta. Ho tempo».

La sensazione della caccia aperta alla volpe, in quella meravigliosa area protetta in cui abitano i tre Immortali del tennis, non è mai stata così viva. Sdraiato sulla riva dello Yarra, il fiume che attraversa Melbourne, con la coppa dell’Australian Open in braccio (la settima), Novak Djokovic non si nasconde: «Ho due ragazzacci davanti a me nel record di titoli Slam vinti in carriera. Federer a quota 20 e Nadal a 17. Tocco ferro: sto bene, ho 31 anni, questo torneo mi ha dato una grande fiducia. Perché non dovrei pensare positivo?».

La politica, ora, è quella dei piccoli passi. Guardare troppo in là sarebbe un errore da pivellino, che quella lenza del Djoker non ha nessuna intenzione di commettere. «Quando gioca così libero, di testa e di braccio, Nole è imbattibile — scrive su L’Equipe Mats Wilander —. Anche Borg sulla terra sbagliava così poco, però era meno aggressivo». La terra, dunque: il prossimo passo Slam. Nessun torneo a febbraio, Indian Wells come primo Master 1000 della stagione a marzo. Poi Djokovic potrà scegliere la terra europea da cui lanciare l’arrembaggio a Parigi. Programmandosi bene, avrà molto tempo per allenarsi sul rosso e arrivare al top della forma sulla rive gauche. Il Roland Garros, che ha vinto una volta sola, sarà un passaggio-chiave nella costruzione di due capolavori: il Djokovic Slam (quattro Major consecutivi conquistati, impresa già realizzata nel 2015-2016) e il vero Grande Slam, che solo due uomini — e tre donne — nella storia del tennis hanno realizzato.

I quindici Major del Djoker l’hanno avvicinato a Federer (20) e Nadal (17) più di quanto dicano i numeri. L’ha ben capito coach Marian Vajda, pedina fondamentale nella ricostruzione del campione che si era smarrito: «Quindici è un numero speciale — ha detto nella notte del trionfo —, rotondo e pieno di promesse. Tra 14 e 15 c’è un abisso. I 20 titoli di Federer mi sembrano ancora molto lontani: per vincere cinque Slam devono accadere tante cose. Ma se a Parigi arrivasse il 16esimo, beh a quel punto Nadal sarebbe a un passo».

Avanti piano, ma con giudizio. La campagna australiana è stata trionfale però dispendiosa. È ora di tornare a casa, Belgrado, per un’altra sbornia di folla e poi di ricaricare le batterie nell’appartamento di Montecarlo, dove il serbo è atteso dalla moglie Jelena e dai figli Stefan e Tara. «Come hanno reagito i bambini al successo di Melbourne? Erano contenti, certo, ma Stefan era più interessato a mostrarmi su Skype come scendeva bene dalla bicicletta. Okay papà sei stato bravo, mi ha detto, però adesso guarda come sono bravo io! Mi ha fatto sorridere». Rispetto a Nadal, ecco, Djokovic ha lo scarico dei figli: inesauribile bacino di energie e fonte eterna di giovinezza. Federer ne ha quattro. Però ha anche 38 anni (l’8 agosto). «E chi ha giocato sa quanto sia importante la freschezza mentale per ottenere vittorie pesanti» aggiunge Wilander. Novak conferma: «L’approccio a Parigi quest’anno sarà diverso. Le semifinali perse con Federer nel 2011 e Nadal nel 2013, le finali sfumate nel 2012, 2014 e 2015 (soprattutto quest’ultima, contro un sovrannaturale Wawrinka, ndr) fanno parte dei ricordi dolorosi. Però queste sconfitte mi hanno insegnato tanto. Ora ho più esperienza». E ha il ricordo di sé del 2016, quando ruppe il tabù. «Djokovic e Nadal si spartiranno i prossimi titoli Slam — è la profezia di Wilander —, e i 20 di Federer non saranno sufficienti perché lo svizzero conservi il suo record». Un testa a testa tra Immortali non si era mai visto. Godiamocelo.

28 gennaio 2019 (modifica il 28 gennaio 2019 | 22:43)

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