La (vana) protesta dei portuali contro i robot che automatizzeranno il lavoro


Milano, 3 aprile 2019 – 12:44

Nei volantini distribuiti dall’International Longshore & Warehouse Union di Los Angeles un giovane uomo fronteggia un umanoide…



«Noi rappresentiamo gli umani, non i robot. Gli umani hanno bisogno di lavorare». Un giorno, forse, questa frase gridata dal sindacalista americano Ray Familathe ai commissari del porto di Los Angeles, il principale scalo merci degli Stati Uniti, finirà nei libri di storia come l’inizio di un altro periodo di conflitto con le macchine.

Dopo lo sciopero contro gli algoritmi di Uber e Foodora, comincia la protesta contro quella che Keynes definiva disoccupazione tecnologica. Dimenticate le atmosfere della versione cinematografica di I Robot in cui Will Smith se la doveva vedere con androidi capaci di eludere le tre leggi di Asimov. Qui è più semplice e con meno scappatoie ideologiche: si combatte contro l’automazione del colosso danese della logistica che siamo tutti abituati a leggere distrattamente sul fianco di migliaia di container in tutti i porti del mondo, Maersk.

Nei volantini distribuiti dall’International Longshore & Warehouse Union, un sindacato che riunisce i portuali americani con quelli canadesi e di Panama, un giovane uomo fronteggia un umanoide sopra un messaggio dai toni epocali: «Combattiamo per il futuro delle nostre comunità!». L’uomo potrebbe essere chiunque tranne un portuale. Un messaggio chiaro: oggi il robot sta prendendo il nostro lavoro, domani toccherà a te. Ma la realtà è che, in questo caso, per robot si intendono i mezzi elettrici a guida autonoma, brutti e goffi, ma capaci di sostituire i più inquinanti camion diesel e di gestire senza la presenza dei portuali i container. Una variabile, quella ambientale, che complica il problema. L’obiettivo è diventare a emissioni zero entro il 2030. Inutile girarci intorno: è una questione di denaro, non di ambiente.

Il robot è una voce della partita doppia, questo è pacifico. Un investimento che riduce un costo e le proteste sindacali. Nonostante questa verità è difficile immaginare che quello del porto di Los Angeles possa essere un processo reversibile: la sostituzione è inscindibile dal progresso tecnologico. Secondo uno studio dell’Università di Oxford il 47% dei lavori negli Stati Uniti è a forte rischio automazione. Anche convenendo sulla diffusa tendenza di queste previsioni ad essere “grossolanamente esagerate” come avvenne con l’annuncio della morte di Mark Twain è probabile che il destino del portuale sia segnato nel medio periodo.

3 aprile 2019 | 12:44

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