La storia infinita di Tim


Confesso che fu colpa di chi scrive se il famoso piano Rovati sulla separazione della rete da Telecom, di cui ancora oggi si parla, diventò pubblico. Era il settembre del 2006 e l’indiscrezione apparve sulla prima pagina de Il Sole 24 Ore. Angelo Rovati era assistente del presidente del Consiglio Romano Prodi. Era un uomo di visione, di emiliana gentilezza. Ma commise un’ingenuità. Allegò il suo biglietto personale, carta intestata di palazzo Chigi, allo studio della banca d’affari Rothschild sul destino dell’ex monopolista delle telecomunicazioni inviato all’allora presidente e amministratore delegato Marco Tronchetti Provera. Quel «timbro» della politica sullo studio per la separazione della Rete ormai privatizzata scatenò un inferno di polemiche. L’opposizione gridò alla scandalosa ingerenza. Nacque un violento contrasto tra esecutivo e società che negli anni della gestione Tronchetti si aggravò irrimediabilmente.

Vincent Bolloré, patron di Vivendi
Vincent Bolloré, patron di Vivendi

Telecom ha cambiato nome in Tim. Ha scelto giustamente il marchio che la vide orgogliosamente all’avanguardia al momento del lancio della telefonia mobile. Oggi il prestigioso brand assomiglia a un tintinnio sinistro, preoccupato, sordo. Scandisce la girandola di amministratori delegati (quattro in cinque anni) che si sono succeduti alla guida del gruppo. Alcuni usciti onusti non di gloria ma di bonus di scandalosa generosità. L’ultimo è Amos Genish a cui il fondo americano Elliott — che ha il 9% delle azioni Tim ma dieci consiglieri tra cui il presidente Fulvio Conti — ha comunicato, via conference call, il licenziamento mentre si trovava in Corea del Sud. I maligni dicono che sarebbe stato peraltro difficile trovarlo in ufficio visto che non c’era quasi mai ed era sempre a Parigi o a Londra. Genish paga non solo i deludenti risultati della sua gestione, ma soprattutto l’opposizione allo scorporo della rete, alla riedizione del piano Rovati. E forse anche alla voglia di rianimare i valori scomponendo il gruppo.

Inutile girarci intorno, la tentazione dello «spezzatino» per un fondo attivista è irresistibile come il riflesso dello scorpione. A maggior ragione se il governo — come ha anticipato il vicepremier e ministro dello Sviluppo e del Lavoro Luigi Di Maio — si dichiara favorevole a una società unica, da realizzare in due mesi (sic), con la fusione tra la stessa Tim, una volta scorporati asset e servizi e lasciata la sola infrastruttura, e Open Fiber. Soluzione alla quale darebbe un apporto fondamentale la Cassa depositi e prestiti (Cdp), che è azionista sia di Tim sia, insieme ad Enel, di Open Fiber. Non solo. L’esecutivo lascia intravedere la ricostituzione — come ha spiegato bene Sabino Cassese sul Corriere del 12 novembre — di un monopolio pubblico che, al di là del compito di portare la banda ultralarga nel Paese, si accollerebbe poi migliaia di dipendenti e, soprattutto, miliardi di debito. Cioè leverebbe un po’ di castagne dal fuoco all’incumbent che ha dichiarato una perdita per svalutazioni di 800 milioni nei primi nove mesi del 2018. Non si sa quale sarebbe la reazione di Vivendi, che portò Genish sostituendolo a Flavio Cattaneo, a sua volta subentrato a Marco Patuano. Il gruppo francese, controllato da Vincent Bolloré, ha in portafoglio il 23,9% delle azioni. Vivendi si è trovata azionista di riferimento di Telecom in maniera preterintenzionale dopo l’uscita dal capitale della spagnola Telefonica. Ha gestito il gruppo con coloniale e napoleonica determinazione e con una dose insopportabile di arroganza. Il suo interesse è più per Tim Brasile che per l’Italia. Il consiglio di Tim è il risultato, peraltro precario, dell’aperto dissidio fra i due grandi azionisti. I consiglieri sono apparsi, nonostante la loro indubbia professionalità e preparazione, più pedine di un gioco di potere che interpreti consapevoli di una tormentata ma gloriosa storia industriale. Si è sperimentato pure il curioso caso di un consigliere indipendente ex dipendente di Vivendi. Troppi potenziali pretendenti a prendere il posto dell’amministratore delegato. Genish, che ha votato contro il suo defenestramento, resta in consiglio. Insomma, non proprio una governance impeccabile.

Paul Singer, ceo del Fondo Elliott
Paul Singer, ceo del Fondo Elliott

Cdp alleata di Elliott contro Vivendi ora dovrà scegliere quale ruolo giocare. L’interesse nazionale è rafforzato dal golden power, che può essere esercitato anche contro gli appetiti europei (la francese Orange?). Se dovesse prendere corpo la separazione della Rete, con la fusione con Open Fiber, la Cassa avrebbe un ruolo guida. L’interrogativo riguarda i costi che il cliente finale e il contribuente sopporterebbero nel caso di un ritorno dello Stato. L’ipotesi di modulare le tariffe, con il sistema Rab (Regulatory asset base) sulla base degli investimenti (e forse dell’occupazione) è invitante per gli azionisti, ma penalizza l’utenza. Curioso che piaccia a un governo che ha fortemente avversato il metodo nell’ambito delle concessioni autostradali. L’obiettivo irrinunciabile è quello di colmare il ritardo nella diffusione della banda ultralarga, ovvero la connessione con una velocità superiore ai 100 megabit al secondo. Senza, non si riesce a guardare un film, scaricare un gioco ma, soprattutto, le aziende non sono in grado di lavorare alla pari con i concorrenti. Solo il 22% della popolazione italiana è servita, contro il 40% della Francia e il 35% del Regno Unito. Negli ultimi anni si è recuperato un po’ di terreno ma solo perché si fa riferimento, nelle statistiche, più alla banda larga che a quella ultralarga. Tim ha un piano, peraltro ridimensionato da Genish, per servire le prime 29 città. Open Fiber, di cui è amministratore delegato Elisabetta Ripa, ha un progetto per raggiungere circa 7 mila comuni con la fibra. Una tecnologia che richiede un decimo della manutenzione necessaria rispetto ai collegamenti in rame. Open Fiber ha 900 dipendenti, Tim circa 50 mila. Come gestire gli esuberi e le professionalità? Separazione e fusione richiedono almeno due anni. Non due mesi come promesso dal governo. E intanto che cosa succede? Una soluzione alternativa potrebbe essere quella di accordi commerciali fra le due società o la costituzione di una rete federata come accade in Francia. Ciò ridurrebbe anche il rischio di un elevato costo statale dell’operazione e di un eccessivo rialzo delle tariffe che, grazie alla concorrenza, sono in Italia tra le più basse, eliminando le possibili sovrapposizioni. Non si possono raggiungere contemporaneamente tre risultati, l’alleggerimento del debito di Tim (scaricato in parte sulla collettività), la salvaguardia dell’occupazione, il recupero del gap digitale. Quest’ultimo, vitale per il Paese, sembra in questa incredibile storia di dispersione di valore, il proverbiale vaso di coccio. Tim, con un debito che arriva a 27 miliardi, eredità avvelenata di una improvvida scalata di affamati «capitani coraggiosi», e utili in calo, da sola non va da nessuna parte.

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19 novembre 2018 (modifica il 19 novembre 2018 | 07:57)

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