La sfida cinese della fibra ottica Operatori alla conquista dell’Europa


Sette dollari a chilometro. Il prezzo medio della fibra ottica in Europa e Stati Uniti. Al netto del costo dei cavi che la contengono. Oltre 560 milioni i chilometri installati quest’anno. Trainati dal boom della Cina, mercato che intermedia più della metà della domanda globale di fibra ottica nel 2018 superiore del 34% alle aspettative degli analisti. Per capire dove sta andando il mondo delle telecomunicazioni conviene partire da qui. Gli oggetti connessi, l’era dello streaming online, l’intelligenza artificiale delle macchine, l’automazione industriale e la robotica, l’arrivo del 5G, nuovo standard della telefonia mobile che promette tempi di latenza inferiori ai 10millisecondi e download a oltre un gigabit al secondo. I miliardi di dati di Internet viaggiano lungo fili grandi come un capello.

In una corsa senza precedenti la Cina sta terremotando anche questo segmento di mercato, a monte della filiera produttiva delle telecomunicazioni. Cinque dei primi sette operatori al mondo hanno insegne in mandarino. Nomi a noi sconosciuti, come Hengtong, Futong, Fiber Home, Ztt, Yofc, ma con ricavi da capogiro e prezzi iper-competitivi. Qui a Bruxelles cominciano a guardarli con sospetto. Qualcuno parla di dumping per il loro prossimo arrivo su larga scala anche in Europa in cui è leader incontrastata l’italiana Prysmian, che ha consolidato il mercato in pochi anni comprando tecnologia e brevetti da Nokia, Philips, Alcatel e Pirelli convertendosi in un campione europeo.

Nella fibra ottica l’Europa è il mercato più aperto del mondo. Pesa per 60 milioni di chilometri (dato 2018), un quinto del mercato cinese. Il governo di Pechino in 12 anni ha cablato interamente un Paese grande come un Continente e con un miliardo e trecento milioni di utenti Internet. Questi cinque operatori si contendono il mercato domestico vendendo fibra e cavi, quindi infrastruttura, ai tre campioni cinesi delle tlc China Telecom, China Mobile e China Unicom. A dieci dollari a chilometro, un prezzo più alto perché in Cina non sono ammessi concorrenti stranieri, al netto di partecipazioni di minoranza di player stranieri come quella di Prysmian nella joint-venture con Yufc. La forbice di tre dollari con il resto del mondo serve a dotarli di una capacità finanziaria e patrimoniale senza confronti che permette loro di poter aggredire l’Europa vendendo anche sottocosto, cioè sotto i 5 dollari a chilometro.

La penetrazione commerciale è ancora agli albori ma comprano fibra dai cinesi già diverse telco europee e operatori all’ingrosso. Sfiancati dai maxi-investimenti nelle frequenze sulle reti di quinta generazione e spesso iper-indebitate le compagnie telefoniche sarebbero chiamate ad operazioni di fusione ma ogni trattativa si arena sull’indisponibilità dei governi preoccupati dalla cessione all’estero delle reti nazionali. Negli ultimi sei anni in Europa i ricavi delle telco sono andati giù del 20%, ha spiegato qui a Bruxelles ieri l’amministratore delegato di Telefonica Josè Maria Alvarez-Pallete. Mentre negli Stati Uniti e Cina, in cui il mercato è dominato da pochissimi attori, il giro d’affari continua a crescere anno su anno. Così torna d’attualità la necessità di difendere la nostra tecnologia e i nostri addetti anche a monte della catena produttiva. “Prysmian produce 35 milioni di chilometri di fibra ottica all’anno, nove soltanto dallo stabilimento di avanguardia di Battipaglia”, racconta Philippe Vanhille, senior vice-president della divisione telecom di Prysmian. Un’eccellenza nel sud Italia all’interno di un gruppo che ormai fattura 11 miliardi di euro dopo l’acquisizione dell’americana General Cable.

16 ottobre 2018 (modifica il 16 ottobre 2018 | 10:35)

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