La scienza va in gol: la Sla colpisce 6 volte di più i calciatori, e lo fa prima


Sono partiti dagli album delle figurine Panini, catalogando foto e schede di 23 mila 875 calciatori di serie A, B e C attivi in Italia dal campionato 1959/60 fino a quello 1999/2000. Per ciascuno hanno analizzato ruolo, carriera, età al debutto, numero di match disputati, data del ritiro dall’agonismo. Un database imponente che è servito ai ricercatori dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri per cercare una verità scientifica su quello che sembra un dato di fatto: la Sla (Sindrome laterale amiotrofica) farebbe molte più vittime tra gli ex calciatori professionisti rispetto alla popolazione normale, colpendo soprattutto centrocampisti e difensori. Una malattia neurodegenerativa non curabile, progressivamente invalidante, resa celebre da casi come quelli di Gianluca Signorini e Stefano Borgonovo ma anche da decine di altri meno noti o mediatizzati come quello dell’ex c.t. azzurro Fulvio Bernardini, a cui il cosiddetto «morbo di Lou Gehrig» (dal nome della star del baseball Usa che ne morì) fu diagnosticato solo negli ultimi mesi di vita. Le morti certe di Sla tra i giocatori professionisti italiani (in media sopravvissuti 5 anni all’insorgere della malattia) sono 36, ma il numero sottostima il fenomeno perché di molti ex atleti scomparsi con sintomi sospetti non sono state trovate le cartelle cliniche.

Una sintesi della ricerca del «Mario Negri», che sarà presentata a novembre a Filadelfia al meeting dell’American Academy of Neurology, la fa il dottor Ettore Beghi, responsabile del laboratorio malattie neurologiche: «I dati — spiega — mostrano in modo inequivocabile che tra i calciatori di serie A l’incidenza della Sla è almeno sei volte superiore a quella della popolazione media e che — risvolto ancora più drammatico — l’insorgere della malattia avviene con vent’anni di anticipo: attorno ai 40 anni invece che a 60 con una drastica riduzione dell’aspettativa di vita. Si tratta comunque di una malattia rara (6/8 casi su 100 mila) ma con una specifica implicazione professionale: vengono colpiti solo gli atleti di alto livello».

Sulle cause che provocano la Sla, prevale l’ipotesi multifattoriale. «All’incidenza dei traumi tipica del calcio — prosegue Beghi — bisogna aggiungere lo stress ossidativo legato alla fatica fisica, l’abuso di certi anti infiammatori e di aminoacidi ramificati, il contatto con i pesticidi usati un tempo sui prati di gioco, corroborata dal fatto che quella degli agricoltori è un’altra categoria con molte vittime. Tra tanti dubbi, di una cosa siamo abbastanza certi: la predisposizione genetica a contrarre il morbo conta molto. Semplificando, se un calciatore professionista che si è ammalato a 40 anni avesse fatto un lavoro diverso forse avrebbe contratto comunque la malattia, ma a 60. Colpevolizzare il calcio non ha senso».

27 marzo 2019 (modifica il 27 marzo 2019 | 08:21)

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