La Sanremo è un diamante unico, e se tra i fiori spunta Nibali è l’apoteosi


U n po’ come i diamanti, anche una Sanremo è per sempre. Massimo rispetto per i muri del Fiandre, il pavé della Roubaix, le côtes della Liegi, le «colme» del Lombardia, ma la Classicissima resta in vetta ai sogni (quasi sempre proibiti) dei corridori con buona pace degli altri quattro «monumenti» del ciclismo. Questo perché trattasi di evento — si dice oggi — inclusivo: il pavé e i muri sono riservati ai corazzieri, le côtes ai maratoneti del pedale, le «colme» autunnali a chi sopravvive a una stagione infinita.


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La classica più imprevedibile


La Sanremo invece è (o fa finta di essere) aperta a tutti, come una lotteria che smercia il biglietto buono in una tabaccheria di provincia: può vincere un velocista puro, un passista, un cacciatore di classiche, un discesista o un fuoriclasse totale come Vincenzo Nibali. «Nel mondo ci sono cose più importanti di una corsa di bici — filosofeggiava ieri Peter Sagan nel suo albergo brianzolo — ma se c’è una corsa speciale è questa qui. Puoi sfiorarla dieci volte quando sei in formissima e magari vincerla quando stai male. Oppure perderla sempre e amen». Peter parla con cognizione di causa: due secondi posti, due quarti, altre quattro occasioni buttate via nel finale.

La tattica non lascia troppo spazio alla fantasia: spendere il meno possibile nei primi 280 chilometri, accucciati tra i gregari che ti coccolano e imboccano di barrette come un convalescente, attaccare (se sei attaccante) o resistere (se sei velocista) sul Poggio prima di giocarti tutto tra discesa finale e sprint. Già, il Poggio quella che altrove sarebbe un’insignificante collinetta spelacchiata qui è una cima dolomitica dove per sei minuti ci si scatta in faccia in apnea totale. Poi lo sprint che che non è mai ordinario quando hai 292 chilometri nei polpacci e il glicogeno ormai sgoccioli. Col passare degli anni e il miglioramento del livello atletico medio del gruppo, sfuggire alla volata e quindi al controllo tattico dei grandi team è un’impresa.

La Deceuninck di Alaphilippe e Viviani ha in corsa altri due atleti (Stybar e Gilbert) da podio e ulteriori tre capaci tenere in pugno qualunque corsa. Ecco perché un gesto ancora frequente al Fiandre o alla Roubaix (la fuga solitaria o quasi nell’ultimo tratto «tecnico» per consunzione degli avversari) qui negli ultimi 15 anni è riuscito solo a fenomeni in stato di grazia come Nibali o Cancellara, capaci di leggere in una frazione di secondo quell’unico istante di esitazione collettiva che permette di scollinare con i 10’’ che servono per avere un minimo di speranza di farcela, se hai il coraggio di sfiorare i tetti delle serre in discesa. E se anche per sette ore prevale l’apparente Grande Sonno di una corsa controllata e noiosa, dal momento in cui si lascia l’Aurelia e vira a destra sul Poggio fino al traguardo il tasso di adrenalina tra chi pedala e chi guarda pedalare alla tv è alle stelle. Se poi tra i fiori del Poggio spunta un Nibali è davvero l’apoteosi.

22 marzo 2019 (modifica il 22 marzo 2019 | 21:45)

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