La nuova vita di Royal Philips con la tecnologia per la salute


Per tutti Philips era innanzitutto la lampadina, il primo prodotto venduto dall’azienda fondata nel 1891 a Eindhoven da Gerard Philips e suo padre Frederick e diventata nel 2012 il leader globale dell’illuminazione per fatturato. E, prima dell’avvento dei produttori asiatici, il numero uno mondiale dell’elettronica di consumo, fino a lanciare in partneriship con Sony, il primo Cd nell’82 e 15 anni dopo il primo Dvd. Ma il futuro è altrove. «Oggi siamo una società tecnologica per la cura della salute», sostiene Frans van Houten, 58 anni, dall’aprile 2011 amministratore delegato della multinazionale con sede ad Amsterdam e quotata su Euronext.

Nel 2013 il gruppo ha cancellato Electronics dal nome, che adesso è diventato Royal Philips. Nel 2016 ha separato Philips Lighting, la divisione luce, che da marzo si chiama Signify ed è sbarcata in Borsa ad Amsterdam. La storia insegna che, a volte, il cambiamento di rotta è una questione di sopravvivenza. Van Houten preferisce parlare di opportunità. «Le occasioni che offre il business della salute sono enormi. Il mondo ha bisogno di più tecnologia per affrontare l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche e la crescita della spesa pubblica. Stiamo già raccogliendo. Negli ultimi 3 anni siamo cresciuti più velocemente dei nostri concorrenti», dice il manager citando, tra gli altri, vecchi competitor come Siemens e General Electric, e nuovi come ResNet e Dräger.

«Nel terzo trimestre il fatturato è salito del 4% a 4,3 miliardi di euro e la redditività è aumentata di 40 punti base», anche se l’utile netto del trimestre, è sceso a 292 milioni rispetto ai 423 milioni del terzo trimestre 2017, in parte a causa dei cambi. «Ma gli ordini sono cresciuti dell’11% nel terzo trimestre e a doppia cifra per l’intero anno. E posso anticipare che gran parte delle vendite per l’anno prossimo è stata già assicurata. Certo, è una decisione difficile dire addio al nostro retaggio. Ma controlliamo ancora il 18% del capitale di Signify e il marchio Philips (in licenza) resta sulle lampadine», assicura.

«La nostra attività è solida e sono ottimista per il futuro nonostante i venti contrari all’orizzonte». Come la guerra commerciale in corso tra Stati Uniti e Cina. «Ma abbiamo fabbriche in tutto il mondo, perciò stiamo riorganizzando la produzione manifatturiera, spostando a livello locale alcune produzioni, per aggirare le nuove tariffe».

La sfida è un’altra. «Internet sta cambiando completamente la relazione tra medici e pazienti. Proprio in Italia stiamo lavorando con l’Ospedale Fatebenefratelli San Giovanni Calibita di Roma per creare una nuova unità di terapia intensiva neonatale. Un sistema di video sicuro e protetto messo a punto da Philips, consente ai genitori di vedere il loro bambino ricoverato ovunque e in qualsiasi momento, grazie a una piccola videocamera wireless su ogni incubatrici alla quale i genitori possono collegarsi dai loro dispostivi mobili». Un altro progetto di telemedicina sui malati cronici coinvolge Pfizer e il Politecnico di Milano. Ancora: «Macchinari dotati di intelligenza artificiale possono prevedere con un anticipo di 6 ore un arresto cardiaco, grazie a biosensori applicati sul corpo del paziente e un sistema di early warning, collegato a un centro comandi, dove possiamo osservare migliaia di pazienti contemporaneamente e anticipare chi ha bisogno di assistenza. È un modello di sanità meno stressante, ma anche meno costoso perché elimina l’intervento d’emergenza».

E spinge Philips a diventare «sempre più una società informatica», che raccoglie dati attraverso sensori e immagini, li interpreta e lavora spalla a spalla con i medici. La prova di questa evoluzione del gruppo tecnologico? «Il 60% delle nostre risorse oggi sono impiegate nel software e nella gestione dei dati rispetto a 10 anni fa».

4 novembre 2018 (modifica il 4 novembre 2018 | 10:23)

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