La Grande guerra e quella vittoria rimossa (però c’è) –


Ma è ora di concludere, e vorrei farlo ricordando la Grande guerra, prodemente combattuta da mio padre Carlo (allora ventiduenne: mio possibile nipote, oggi) e lo faccio pur con l’amarezza di uno «che grida nel deserto». Il 2018 è stato anno centenario della vittoria: silenzio, in grande contrasto con il 2017, anno della sconfitta. Sulla battaglia di Caporetto si sono pubblicati non so quanti, ma tanti libri: in genere all’incirca rimasticature, qualcuno buono e in complesso troppi. Certo, è importante indagare su quel nostro gravissimo collasso militare: che tuttavia non scaraventò l’Italia nel novero degli sconfitti. Nel giro di qualche mese il nostro esercito, anzi la Nazione, si riprese diciamo pure incredibilmente (con gran delusione dei beghini della sconfitta, allora e ancora oggi, va da sé, soprattutto di sinistra, delusi e spiazzati in modo particolare dalla freddezza con cui i fuggiaschi e i disertori di Caporetto erano stati accolti, anzi respinti dalla classe contadina). In nemmeno un anno insomma il nemico venne prima fermato poi vinto e infine costretto alla resa.

Nel 2018 sulla battaglia di Vittorio Veneto sono stati pubblicati metà della metà della metà dei libri su Caporetto. L’Italia che vince una guerra? Ma siamo matti?

Eppure l’abbiano vinta. Saremmo dovuti starne fuori? Forse sì: ma ci siamo entrati e da qui non si scappa. La Storia è quella che è; possiamo cercare di dimenticarla o di rimuoverla: invano. Quello che è fatto è fatto, e te lo tieni.

Quanto al costo di quella guerra, disastroso nel suo essere e ancor di più nelle sue conseguenze, ho una mia idea, e la chiamo teoria dell’ernia. Ecco qui. Mettiamo che un bel giovane non istruito granché, ma onesto, forte e muscoloso, sia chiamato a un grande ma davvero grande sforzo, per esempio a sollevare un peso gigantesco. Non è del tutto convinto, ma non può dire di no, e si mette all’opera: riempie i polmoni, serra i denti, piega le ginocchia, agguanta il peso, stringe mascelle e sfinteri, si alza, ce la fa…

Vittoria! …sì, ma gli è venuta l’ernia e lo ha fottuto per sempre. La speranza di una reale nazione italiana unitaria s’è persa allora, e per dirla con Foscolo «quel che rimane è solo dolore e pianto». Speriamo nello stellone, oppure, tanto per fare gli snob e concludere in latino, diciamo come quel tale, spes ultima dea.


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