Kean scuote il calcio: «La mia esultanza? Il modo migliore per rispondere ai razzisti»


Una frase scritta sui social, per togliere ogni dubbio. Un pomeriggio trascorso coi bambini disabili del centro Paideia di Torino, per riprendere contatto con la realtà. E via, verso nuove avventure. Moise Kean vive con naturalezza il primo snodo difficile della sua breve e vorace carriera. L’esultanza col corpo immobile, le braccia aperte, la faccia inespressiva, sotto la curva del Cagliari non rappresentano una provocazione ma «il modo migliore per rispondere ai razzisti» come il 19enne nato a Vercelli e cresciuto ad Asti scrive su Instagram: «Amo la notte, perché di notte tutti i colori sono uguali — aggiunge Moise con un ragazzino biondo in braccio — e io sono lo stesso degli altri».

La notte però non è uguale per tutti. E allora l’anatomia dei festeggiamenti per il 2-0 al Cagliari fa il paio con l’esame audiometrico dei «buu» razzisti e dei fischi quando Kean cade in area o scivola sui tabelloni pubblicitari dopo un fallo di Lykogiannis, o dopo un’azione di Alex Sandro e una ripartenza di Matuidi. Sono pochi? Si sentono a stento da bordo campo? Non vanno ascoltati?

La versione di Giorgio Chiellini, capitano della Juventus e della Nazionale, sembra la più lucida tra quelle emerse nella caotica notte cagliaritana: «Noi non possiamo capire quello che provano loro. Se un ragazzo come Matuidi che non si arrabbia mai ha questa reazione non può essere impazzito. Kean? Mi dispiace solo che possa essere preso di mira per quello che non è: ha 19 anni, assieme a Zaniolo è il volto positivo del calcio italiano. È serio, lavora bene. E non ha fatto nulla. L’unico suo errore è stato la simulazione».

Qualche metro più in là e qualche minuto prima, Leonardo Bonucci aveva detto cose molto diverse: «È colpa a metà tra Moise e la curva, 50 e 50, noi dobbiamo essere d’esempio…». Tralasciando i precedenti in materia di Bonucci, le sue parole hanno fatto comunque il giro del mondo. A testimonianza che altrove, molto più che in Italia, la lotta al razzismo negli stadi è una cosa seria. In particolare l’inglese Sterling, come ha spiegato in una toccante intervista al New York Times, ha cambiato prospettiva dopo essere stato insultato da un padre con un figlio in braccio: «50 e 50? Quello che possiamo fare è ridere…» ha scritto la punta del City.

Meno sfumato l’attacco di Balotelli a Bonucci: «La sua fortuna è che io non ero là. Invece di difenderti fa questo. Sono scioccato». Il difensore, il cui pensiero non è certo isolato, ha cercato di spiegarsi: «Nonostante tutto e in qualsiasi caso: no al razzismo». Per andare più sul concreto, basterebbe «cominciare a mettere fuori a vita dallo stadio i responsabili. Ma non c’è la volontà di farlo» come ha sottolineato Massimiliano Allegri.

Nel frattempo, il presidente del Cagliari Tommaso Giulini, dopo aver definito «una sceneggiata» quella di Matuidi e una provocazione l’esultanza di Kean, rivendica lo sforzo della sua società per «sconfiggere il razzismo coi fatti e non con le parole. Anche un solo buu va condannato, ma le condanne non bastano». E chiede, riferendosi alle esultanze, «rispetto del prossimo, del suo stato d’animo e della sua frustrazione. Sempre». Sempre, appunto. E a capo.

3 aprile 2019 (modifica il 3 aprile 2019 | 23:17)

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