Juve-Cagliari, Pavoletti bomber col sorriso: «Sfido Ronaldo di testa»


Leonardo Pavoletti, 5 gol col Cagliari, domani sfida la Juve. Ha detto «ho i piedi a banana». Per questo si è specializzato nei colpi di testa?

«Quella era una battuta! Però è vero che fare gol di testa mi riesce bene, anche grazie al tipo di gioco che facciamo».

Tecnica, fisico, tempismo: cosa conta di più nel gioco di testa?

«Il tempismo. È un riflesso che hai dentro e che ti consente di leggere la palla prima dell’avversario, stare in aria o anticipare un tuffo».

Ha mai rischiato di farsi male per una zuccata?

«Sì a 14 anni il portiere mi ha colpito in uscita e sono svenuto. Quando ho ripreso coscienza ho subito chiesto se avevo fatto gol: risposta positiva».

Con 4 gol su 5 incalza Giroud (21-20) nei gol di testa degli ultimi 3 anni, al secondo posto dietro Ronaldo. Che ne dice?

«Fa piacere, ma le sotto-classifiche sono solo uno zuccherino».

Lei sorride sempre. Perché?

«Mi viene naturale, anche in momenti non felici. Ho le mie ansie come tutti, ma cerco sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno. E di credere nel futuro».

Papà maestro di tennis, mamma che non voleva farle giocare le partite di calcio per la «troppa confusione». Non avere pressioni l’ha aiutata?

«Credo proprio di sì. I miei volevano solo che mi impegnassi in qualcosa e la portassi a termine. Sul campo o nello studio non si ottiene niente senza il lavoro e la costanza».

La sua livornesità in cosa si nota?

«Nel mio modo di affrontare le cose, sempre con la battuta».

«Sì il livornese è così. E mi dicono che lui sia un mago dei rapporti umani: fa stare bene la sua squadra».

La Juve ha già preso tre gol di testa. Sta studiando per sabato?

«Ci stiamo preparando e spero di aggiungermi alla lista».

La sensazione è che quest’anno il Cagliari voglia qualcosa di più. È così?

«Sì, ci sono le basi e i concetti giusti per avere fiducia e migliorare. La nostra arma vincente è Maran: la musica è cambiata con lui in panchina, ma non sappiamo dove possiamo arrivare».

Gigi Riva è riuscito a conoscerlo?

«Purtroppo ancora no, ma arriverà il momento. E sarà emozionante».

Affrontare CR7 le fa effetto o no?

«Sono sincero: fa effetto giocare contro un avversario che sceglievi alla playstation per vincere. Sarà un’emozione e un piacere giocarci contro. E dargli battaglia».

Lei si è definito «operaio del gol». Perché?

«Perché lavoro molto per la squadra. Così i miei compagni sono più freschi per darmi qualche assist in più».

L’azzurro è un obiettivo realistico?

«Credo di sì. Chi ha meritato finora è andato. Ma non so se Mancini stia pensando a un gioco più alla Sarri, senza un vero 9».

A proposito di Sarri. Napoli è stata una lezione per lei?

«Mi ha dato tanto, perché ho ammirato campioni veri, anche di umiltà. Ho preso dei valori umani incredibili da quei ragazzi».

Cosa si prova subito dopo un gol?

«Sono attimi in cui perdi di vista tutto. Ti si sprigionano dentro mille sensazioni che purtroppo durano 3-4 secondi e poi ritorni sulla terra. Ma prima sei in un altro mondo: un’estasi bellissima».

Lei non ha tatuaggi: un vezzo?

«Qualche tatuaggio è anche bello, ma sugli altri, mai sulla mia pelle. Sto bene così: senza volerlo sono forse più originale».

Suo padre, da sportivo, è stato severo?

«No, ma dopo una partita negativa non ha ancora capito che deve aspettare il giorno dopo per dirmi cosa pensa. Del resto è livornese…».

Da poco anche lei è papà.

«Me lo sto godendo senza pensieri, ogni giorno è una scoperta da gustare».

Lei cita sempre «Il vecchio e il mare» di Hemingway: è stato un libro così importante o è l’unico che ha letto?

«È uno dei pochi. Ma mi ha dato tanto in un momento importante, quando a Lanciano ho deciso di fare davvero il calciatore».

Allo scientifico come andava?

«Per quattro anni me la sono cavata, poi ho fatto il rappresentante di istituto, per dire la mia e far colpo sulle ragazze. Così ho perso il lume della ragione, me l’hanno fatta pagare e ho preso solo 62».

È diventato un buon calciatore anche grazie al lavoro che ha fatto dentro di sé?

«Sì. È stata la cosa più importante della mia vita e sono diventato una persona che mai avrei immaginato dieci anni fa: con la fame giusta per crearmi obiettivi e lottare per raggiungerli. Prima ero più frivolo e leggero. Pensavo a divertirmi. E il calcio mi stava scivolando addosso. Poi ho imparato a usare la testa, non solo per fare gol».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

2 novembre 2018 (modifica il 2 novembre 2018 | 07:19)

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