Jehl (ArcelorMittal): «Puntiamo su Ilva, miglior fabbrica d’acciaio al mondo»


«Le emissioni inquinanti sono molto al di sotto dei limiti normati. La produzione delle cokerie non può crescere per legge, quindi le emissioni non possono salire oltre i limiti e noi abbiamo messo in campo tutte le azioni concordate nel piano rispettando le tempistiche previste». L’amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, Matthieu Jehl, sente la necessità di tranquillizzare la comunità locale sugli interventi ambientali a Taranto.

Però i dati delle centraline dell’Arpa Puglia sono inequivocabili: dal raffronto del bimestre gennaio-febbraio 2019 con lo stesso periodo del 2018 emerge un importante incremento delle emissioni.
«Perché stiamo parlando della qualità dell’aria, che è altra cosa rispetto alle emissioni. Sono due discorsi diversi. Sulle emissioni inquinanti stiamo rispettando le prescrizioni dell’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale. Le emissioni, ripeto, non sono nemmeno al limite previsto, sono molto al di sotto. Se parliamo delle cokerie la produzione non può crescere per legge, sono le norme ad indicarci quante batterie possono essere in servizio e quanto possiamo produrre».

Gli interventi di riqualificazione ambientale procedono come previsto? La copertura del parco nelle vicinanze del quartiere Tamburi sarà completata a breve?
«Abbiamo messo tutta la nostra energia sul piano ambientale. Sono già visibili i primi risultati. Abbiamo completato gli impegni previsti nel 2018. Per l’anno in corso stiamo rispettando il programma, non solo la copertura dei parchi minerali. L’accordo prevede entro il 30 aprile la copertura del 50% di una parte dei parchi minerali, il resto entro fine anno. Abbiamo 69 progetti di riqualificazione ambientale».

Lo scenario di mercato sta cambiando con l’imposizione dei dazi sull’import di acciaio da parte degli Usa e la pressione della Turchia che sta esportando di più.
«Sì, lo scenario è molto cambiato rispetto a due anni fa. L’Europa dovrebbe prendere alcune misure correttive per tutelare l’industria siderurgica. Abbiamo chiesto a Bruxelles di realizzare lo stesso campo da gioco tra tutti gli operatori anche per la parte relativa alle emissioni di CO2. In Europa abbiamo limiti ai livelli di emissione più bassi rispetto ai produttori extraeuropei. C’è bisogno di correttivi, abbiamo chiesto alla commissione Ue di trovare delle compensazioni sull’import di acciaio per non alterare la concorrenza».

Ammetterà che il mercato si sta consolidando con concorrenti ancora più competitivi vista la fusione tra Tata e ThyssenKrupp?
«Il mercato è ancora più competitivo. Ma noi in Europa produciamo 30 milioni di tonnellate all’anno, a Taranto 4,6 milioni l’anno scorso, una produzione che crescerà fino a 6 milioni entro la fine del piano nel 2023. Vogliamo però le stesse regole e gli stessi standard in tutto il mondo in termini di sostenibilità».

Su Taranto, però, pende il ricorso alla Consulta da parte del Gip sull’immunità penale per commissari e nuovo acquirente inserita nel decreto Ilva: se decidesse per l’incostituzionalità della norma? E se il governo decidesse di rivedere la stessa Aia?
«Abbiamo deciso di investire in Italia sulla base di norme e di regole concordate con il governo italiano per la risoluzione dei problemi. Chiediamo certezza del diritto come investitori di lungo termine».

L’Antitrust Ue vi ha chiesto di cedere alcuni impianti in Europa tra cui quello della Magona a Piombino. Avete individuato un acquirente su cui i sindacati hanno parecchi dubbi di natura industriale e finanziaria.
«Abbiamo fatto un contratto con Liberty House soggetto all’approvazione della commissione Ue che si esprimerà a breve. È stata Bruxelles a preferire un unico acquirente per favorire la concorrenza».

La preoccupa questa conflittualità latente con la comunità locale?
«Vogliamo costruire rapporti buoni con la comunità e con le istituzioni, come avviene negli altri siti integrati che abbiamo in Europa. Ilva ha un potenziale enorme. Può diventare il migliore stabilimento del mondo. Non solo gli asset di Taranto, ma anche il sito di Genova. Il livello di competenze delle maestranze e dei dirigenti è altissimo. E poi il porto nelle vicinanze dell’impianto è funzionale alle nostre strategie».

La difficoltà di chiudere la trattativa con il governo non vi ha mai suggerito di desistere?
«L’Italia è il secondo mercato in Europa. Ha una presenza industriale sviluppata grazie all’importanza della sua manifattura. La qualità del capitale umano è altissima. Ecco perché siamo qui».


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