Iva, la battaglia dell’aumento, tria, clausole salvaguardia


Sulle cosiddette «clausole di salvaguardia» ruoterà la manovra di bilancio per il 2020, ancora di più di quanto sia successo negli ultimi anni. Le clausole sono quelle norme di legge che fissano con largo anticipo aumenti dell’Iva e delle accise, assicurando così nuove entrate per far tornare i conti ed evitare la procedura d’infrazione Ue. Poi, in extremis, le clausole vengono «disinnescate», ovvero rinviate di un anno, magari a spese del deficit. Hanno fatto così tutti gli ultimi governi. Quello Conte, con la manovra 2019 non solo ha rinviato al 2020 gli aumenti Iva, ma li ha anche rafforzati. Al punto che molti cominciano a dubitare che tali aumenti possano essere cancellati del tutto, come pure il premier Giuseppe Conte e i due vice, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ripetono. Tanto più che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, già da professore era convinto dell’utilità di spostare il carico fiscale dalle persone (Irpef) ai consumi (Iva). E ieri, da Washington, dove si trova per la riunione del Fmi, ha risposto sibillino ai giornalisti che lo incalzavano su un possibile aumento dell’Iva.

Argomento tabù

Di sicuro l’argomento è tabù fino alle elezioni europee. Parlarne farebbe perdere voti. Non a caso nel Documento di economia e finanza il governo non ha sciolto il nodo. E quasi certamente la risoluzione di maggioranza con la quale il Def verrà approvato in Parlamento la prossima settimana impegnerà il governo a «disinnescare» le clausole facendo leva su tagli di spesa (spending review) e riordino degli sgravi fiscali (tax expenditure). Dopo il voto, però, l’esecutivo dovrà fare valutazioni più stringenti perché cancellare gli aumenti dell’Iva questa volta è più difficile, per colpa dello stesso governo. Infatti, se prima della legge di Bilancio 2019 le clausole prevedevano che l’aliquota Iva ordinaria aumentasse nel 2020 dal 22 al 24,9% e al 25% nel 2021, la manovra Conte ha fissato gli incrementi rispettivamente al 25,2 e al 26,5%. Così da far salire le entrate a 23,1 miliardi nel 2020 (contro i 19,2 precedenti) e a 28,8 miliardi nel 2021 (contro 19,6). Resta confermato l’aumento, sempre dal 2020, dell’aliquota intermedia dal 10 al 13%.

Pannolini a Iva ridotta

Trovare 23,1 miliardi per coprire il mancato aumento di Iva e accise nel 2020 facendo leva solo su spending e tax expenditure è un’operazione sulla quale nessuno scommetterebbe un centesimo. Non coprire il buco sarebbe d’altra parte rischioso perché porterebbe il deficit ben oltre il 3%. Ecco che allora potrebbe farsi strada un piano di aumenti selettivi dell’Iva. Anziché incrementi generalizzati delle aliquote si sposterebbero i beni e servizi da un’aliquota all’altra. Per esempio, i pannolini potrebbero passare dall’Iva al 22% all’aliquota agevolata (oggi il 4%) in cambio di un aumento dell’imposta sui beni di lusso. Del resto è lo stesso «contratto di governo» a evocare l’«Iva a zero per prodotti neonatali e per l’infanzia». Molti sono gli spostamenti selettivi che si potrebbero fare. Per esempio, sarebbe popolare anche una manovra sulle bollette telefoniche soggette al 22% mentre luce e gas stanno al 10%. Ma tanti altri beni e servizi dovrebbero transitare verso l’aliquota maggiore, perché comunque il risultato dell’eventuale rimescolamento dovrebbe portare nelle casse dello Stato almeno una parte dei 23 miliardi previsti.

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