Italia-Ucraina, Pagliuca: «Con Mancini quante litigate Buffon? È l’ora di puntare su Donnarumma»


GENOVA «Chi ha sbagliato, Pagliuca?» è una delle tante frasi per cui è rimasto celebre Vujadin Boskov. Ma qualche volta, Gianluca Pagliuca, in quella indimenticabile Sampdoria, avrà sbagliato anche il Mancio. O no?
«Mi ha fatto arrabbiare molte volte, è vero. Come credo di averlo fatto arrabbiare spesso anch’io. Ci si mandava a quel paese, ma l’affiatamento cresce anche così. E il nostro era un gruppo molto affiatato e molto frizzantino. Litigavamo, ma eravamo amici. E lo siamo rimasti».

Quando lei arrivò a Genova dal Bologna, punto di partenza di entrambi, Mancini era già il boss di quella Samp?
«Sì, era il leader tecnico e dello spogliatoio. E si scontrava per forza con tante personalità. Aveva in mano tutto, era il cocco di Paolo Mantovani, che stravedeva per lui, come fosse un figlio».

Nella carriera da allenatore, quanto deve Mancini a Boskov?
«Credo molto, perché non c’era nessuno migliore di Vujadin nella gestione del gruppo».

La Sampdoria è stata l’ultima vera outsider a vincere lo scudetto. Se dovesse spiegare cos’era la squadra di Mancini, Vialli e Pagliuca cosa racconterebbe?
«Quella dello scudetto è stata un’annata memorabile, ricordo ogni momento. C’era un grande equilibrio, 6-7 squadre potevano vincere il campionato. Adesso sai già chi lo vince e non è un bel segnale per l’interesse generale. Anche se certo non è colpa della Juve».

Mancini era un talento istintivo, spesso fumantino. L’ha sorpresa la sua carriera da allenatore?
«No, affatto. Era già predisposto al ruolo: spesso discuteva con Boskov anche di questioni tattiche, sempre col massimo rispetto ma sapendo quello che diceva».

Abituato in grandi squadre e col mercato quasi sempre aperto, da c.t. può avere delle difficoltà a trovare i giocatori che vuole?
«Non credo, anche perché il suo obiettivo era la Nazionale e per la maglia azzurra ha il massimo rispetto».

Per i giornali un po’ meno: dice che non li legge, per non vedere le stesse critiche di vent’anni fa…
«Se si criticava la Nazionale vent’anni fa, con i grandi giocatori che c’erano, a maggior ragione ci vuole pazienza adesso: abbiamo saltato un Mondiale, non è facile ricominciare. L’obiettivo è l’Europeo e credo che ce la farà a centrarlo, poi col tempo i giovani matureranno».

Buffon continua a fare grandi parate. Ha senso parlare ancora di Nazionale per lui?
«Secondo me è giusto che si punti su Donnarumma. Buffon ha fatto la storia, resterà sempre il migliore, ma è giusto guardare avanti. Anche perché dietro a Donnarumma ci sono signori portieri, come Perin, Sirigu e anche Cragno, che mi piace molto».

La scelta di Perin di fare panchina alla Juve è penalizzante?
«Resta un portiere affidabilissimo e davanti ha Szczesny, che è forte ma non è Buffon. Se Perin in cuor suo spera di guadagnarsi il posto, ha fatto molto bene a scegliere una squadra così forte».

Balotelli e Belotti sono rimasti a casa: è un messaggio, una tirata d’orecchie o un errore del Mancio?
«Mi sembra che abbia spiegato che non sono in forma, ma non è una bocciatura. Appena trova la condizione, Balotelli credo sia confermatissimo: Mancini è uno dei pochi ad aver avuto sempre pazienza con lui».

Insigne può consacrarsi anche in Nazionale, oltre che nel Napoli?
«Con le caratteristiche che ha, rende meglio vicino alla porta, senza correre in copertura, disperdendo troppo energie. Ancelotti gli ha trovato il ruolo giusto».

Il c.t. ha difeso Chiesa, al centro delle polemiche per una presunta simulazione. Se la ricorda la sfuriata di Mancini per un rigore negato dopo una caduta in area?
«Certo, perché il fallo glielo feci io, che giocavo nell’Inter. Cercai di calmarlo, ma diede in escandescenze e prese una lunga squalifica. Aveva ragione lui, il contatto c’era stato».

Senza la Var vi «divertivate» di più?
«Non direi, perché gli arbitri sbagliano anche con quella e si vedono dei rigori assurdi. Sono favorevole allo strumento, ma non certo al modo in cui viene usato».

9 ottobre 2018 (modifica il 10 ottobre 2018 | 13:49)

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