Italia-Portogallo 0-0, il bel gioco non basta: azzurri fuori dalle Final Four


MILANO Il sesto pareggio consecutivo trasforma il dato statistico in una specie di maledizione. Non sappiamo più vincere davanti alla nostra gente. Non succede da 14 mesi, quando piegammo Israele a Reggio Emilia con una rete di Immobile. Ciro stavolta è l’uomo al centro del mirino e delle critiche, il simbolo di una Nazionale che non sa più fare gol. L’attacco è il male nostro. Il laziale, preferito a Berardi e al falso nove, è il primo a salire sul banco degli imputati: due occasioni e due errori nel giro di trentacinque minuti. Soprattutto non dialoga con i compagni, finisce in fuorigioco, è quasi un corpo estraneo. Quando viene richiamato in panchina per Lasagna, a un quarto d’ora dalla fine, persino il generoso pubblico di San Siro lo fischia stizzito.

In assoluto all’Italia manca la freddezza di un killer. Con Icardi forse alle Final Four ci saremmo noi. Invece, e con una partita di anticipo, ci va il Portogallo. La questione è chiusa. Martedì a Genk, con gli Stati Uniti, potremo concentrarci sugli esperimenti di Mancini senza dover sbirciare il risultato di Guimaraes, dove i rossi di Fernando Santos se la vedranno con la retrocessa Polonia.

L’Italia è bella, ma sprecona. Soliti pregi e purtroppo soliti difetti. Che il centravanti sia vero o sia falso, l’attacco va in bianco. La strada scelta da Mancini è giusta ma il calcio è semplice e per vincere bisogna fare gol. L’allenatore deve trovare in fretta una soluzione. Ci manca un centravanti.

Per un’ora diamo una severa lezione ai campioni d’Europa sul piano del gioco, dell’organizzazione, del ritmo, ma alla fine siamo salvati da Donnarumma sul tiro angolato e potente di William Carvalho. Se l’attacco stona, la difesa tiene e il centrocampo è una meraviglia. Verratti, accanto a Jorginho, è finalmente padrone della Nazionale e Barella cresce. Dunque non c’è la scoraggiarsi. Ma neppure da esaltarsi: la strada verso la rinascita è lunga. Il Mondiale fallito non è ancora cancellato.

Subito in palla la giovane Italia. Palla bassa, triangoli veloci, palleggio. Anche personalità e coraggio. Trame morbide e azioni insistite. Chiellini vince in fretta l’emozione per le cento partite azzurre con una chiusura da applausi su Bruma, Insigne si muove vicino a Immobile. Chiesa, invece, tende a allargarsi troppo finendo ai margini. L’azione in assoluto è profonda e rapida. Ma la porta avversaria è un miraggio. A volte c’è un passaggio di troppo. Spesso la mira è sbagliata. Immobile prima calcia male dopo la prodezza di Rui Patricio sul tiro fulminante di Insigne; poi, liberato da un magistrale suggerimento di Verratti, si fa stregare dallo stesso portiere portoghese. Florenzi di piede e Bonucci di testa non trovano lo specchio della porta.

Il Portogallo, tutt’altro che sprovveduto, va spesso in difficoltà. Nel primo quarto ha la forza di ribattere colpo su colpo, ma con il passare dei minuti si ritira progressivamente nella propria trequarti e non risparmia neppure qualche fallo brutto. Salvo riaccendersi dopo un’ora quando la spinta dell’Italia un po’ si attenua. Joao Mario, rilanciato da Spalletti, è la mossa di Fernando Santos per regalare qualità e imprevedibilità al centrocampo anche se poi spreca una ghiotta occasione.

Il pari ai nostri rivali va bene, tanto che nel finale si limitano a contenere gli ultimi sprazzi di generosità azzurra: Chiesa invoca un rigore e rischia il rosso per una gomitata. Lasagna e poi Berardi non incidono. Lo 0-0 è anche il quinto pareggio consecutivo della Nazionale a Milano: davvero una maledizione.

17 novembre 2018 (modifica il 17 novembre 2018 | 23:36)

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