Italia-Nuova Zelanda 3-66: ennesima lezione all’Olimpico per gli azzurri


Nel black saturday dell’Italrugby nessuno fa sconti, la grigia giornata dell’Olimpico si trasforma in una maestosa dimostrazione di superiorità in nero, gli All Blacks bicampioni del mondo sono distanti anni luce, più di quanto racconti un impietoso risultato finale (66-3). Tutto il bello della sfida ai migliori lo dobbiamo andare a cercare nel fascino dell’haka, nel loro rugby che è continuità, invenzione e rigore messi insieme e shakerati nella stessa azione, in una partita che dopo pochi minuti di adrenalina si trasforma in accademia, un’esibizione a senso unico da puristi del gioco. Era scritto, vietato fare voli di fantasia, perché il rugby è sport scientifico, il migliore vince sempre e quando si va contro gli All Blacks il migliore è sempre vestito di nero. L’Italia doveva solo mettere alla prova le proprie ambizioni di aspirante grande e alla fine si è specchiata in qualcosa di troppo distante da lei.

La partita

Viene da chiedersi se sia giusto continuare ad affrontarli con continuità; giustissimo per il portafoglio della Federugby che ancora una volta ha riempito l’Olimpico a festa (sessantamila spettatori), popolato di colori i viali del Parco del Foro Italico, fatti felici gli sponsor che, in barba ai risultati della Nazionale, continuano a scommettere sul messaggio pulito e politicamente corretto di uno sport che ancora sa restare ancorato ai suoi valori. La partita è un’altra cosa, perché loro sono i bicampioni del mondo, ambasciatori del gioco in giro per il pianeta, viaggiano a velocità insostenibili per i comuni mortali del rugby e mettono in mostra abilità individuali sconosciute dalle nostre parti. La gara è un monologo, confezionano 5 mete per tempo, una più bella dell’altra, gli azzurri che osservano da dietro la lavagna, si immolano, corrono a vuoto sul prato e loro che danno lezioni di fondamentali. Come provare a turare la falla di una diga con un dito. Lo levi ed è inondazione, una marea nera incontenibile.

Rugby stellare

Flash di rugby stellare: dentro e fuori fulmineo, l’ovale nascosto che riappare in mano a Perenara oltre la linea di meta. Il capitano Kieran Read che prima guida l’haka e poi apre il corridoio in cui si infila il gigante isolano Tuipulotu, McKenzie è in sostegno per un’altra meta da sballo. Poi Beauden Barrett, uno dei tre fratelli chiamati in nero per l’occasione, inizia a usare il piede per scrivere poesie a uso della famiglia: primo calcetto velenoso, meta Mc Kenzie. Seconda esibizione, quasi che al posto dello scarpino avesse un goniometro, presa al volo e meta del fratello Jordi che alla fine ne segnerà 4 personali. Fine del primo tempo (31-7), sembra passata un’eternità. Si riprende, ma il copione non cambia. Recita con un solo protagonista, altre 5 mete una più bella dell’altra, con gli azzurri che lavorano a vuoto e gli All Blacks che tengono sempre in vita palloni impossibili. Finisce con una lezione magistrale il lungo pomeriggio dell’Olimpico. Due anni fa stesso stadio, stessi avversari, si chiuse 68-10 e 10 mete a una. Per l’Italrugby quando incrocia sulla sua strada l’uomo nero il tempo sembra fermarsi.

24 novembre 2018 (modifica il 24 novembre 2018 | 17:13)

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