Iniziata la bonifica di una fossa radioattiva: «Una prima mondiale»


«Questa operazione è la prima assoluta al mondo, non c’è un’esperienza precedente a cui fare riferimento». Le parole dell’ingegner Vincenzo Stigliano sono un concentrato di prudenza mista a decisione e fiducia nel giovane team (età media 35 anni) che nei giorni scorsi all’impianto Itrec nel Centro Enea di Trisaia di Rotondella, in Basilicata, ha iniziato la bonifica della Fossa 7.1, un monolite in calcestruzzo «tra i più insidiosi». Venne realizzato alla fine degli anni Sessanta per infilarci dentro una ventina di fusti di materiali radioattivi derivati della gestione delle 84 barre in uranio-torio provenienti dalla centrale di Elk River, consegnate 50 anni fa dagli americani all’Italia per studi di fattibilità su questo tipo di combustibile nucleare. «Ogni passo deve essere studiato, ogni mossa deve essere pensata, ogni movimento è stato provato e riprovato su una struttura uguale in scala 1:1, perché chi è stato chiamato a lavorare qui sappia in anticipo esattamente cosa fare e cosa aspettarsi».

Il monolite «irreversibile»

Quando venne costruito, il monolite interrato a una profondità di 7 metri era stato progettato come un deposito «irreversibile» cioè, come si pensava a quei tempi, i rifiuti radioattivi avrebbero dovuto rimanere stoccati per un tempo indefinito, in pratica «per sempre». Oggi, invece, tutti i resti radioattivi andranno messi in un deposito nazionale centralizzato (non ancora identificato), come stabilito dalle direttive europee, e i singoli siti di stoccaggio restituiti alle comunità allo stato di prato verde, cioè del tutto bonificati e sicuri.

Le operazioni

«Il monolite va sezionato in verticale in quattro parti con un filo diamantato azionato da una macchina utensile realizzata ad hoc, così come la perforatrice», spiega Stigliano, responsabile disattivazione impianto Itrec di Sogin. «È stato ingabbiato in acciaio e messo in sicurezza solo dopo aver ottenuto tutte le autorizzazioni e la Valutazione di impatto ambientale (Via). Per evitare che durante il taglio si possano disperdere le polveri, è stato costruito un doppio capannone con un particolare sistema di aerazione». Dopo il taglio i quattro parallelepipedi che ne derivano (ognuno dei quali pesa 32,5 tonnellate) saranno sollevati uno alla volta fino a farli uscire interamente dal terreno e adagiati in un deposito temporaneo prima dello smaltimento definitivo.

Come dei pionieri

All’epoca dell’inserimento non era stato realizzato uno schema di dove si trovano esattamente i fusti annegati nella malta cementizia all’interno della Fossa 7.1. Prima di procedere al taglio, per evitare di intaccarne inavvertitamente uno, si è resa necessaria una mappatura con tecniche ultrasoniche a diverse frequenze. «Non esiste un’esperienza simile in campo internazionale», dice Stigliano con una giusta dose di orgoglio per un’impresa tutta italiana. «Io e i miei collaboratori ci sentiamo un po’ dei pionieri».

12 aprile 2019 (modifica il 12 aprile 2019 | 22:09)

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