Impieghi «in affitto» per chi riceve il reddito di cittadinanza


È disgelo tra le agenzie private per il lavoro e il governo. La scorsa estate — in fase di varo del decreto Dignità con la relativa stretta sui contratti a termine — lo stesso ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, aveva accusato le agenzie di rappresentare una forma moderna di caporalato. Di qui l’alzata di scudi da parte di tutte le associazioni del settore, da Assolavoro ad Assosomm. E ieri la riappacificazione.

Il superamento delle vecchie ruggini è agevolato dall’esigenza di far partire a regime il reddito di cittadinanza in tempi contingentati. E le agenzie potrebbero dare una mano. «Lungi da noi l’idea di entrare nella ratio della misura. Ma una volta che il governo avrà deciso chi deve o non deve avere il reddito di cittadinanza, noi potremmo contribuire in modo molto concreto a fare alzare dal divano chi, per mille motivi, in questo momento non sta lavorando», spiega Rosario Rasizza, presidente di Assosomm. In concreto, le agenzie potrebbero offrire opportunità di lavoro «in somministrazione», quello che una volta veniva chiamato lavoro in affitto. Si tratterebbe di impieghi a termine: un eventuale rifiuto non metterebbe in discussione il reddito. «Ma di sicuro un lavoratore che ha qualche esperienza da dichiarare nel curriculum poi potrà più facilmente avere un’offerta di lavoro a tempo indeterminato», aggiunge Rasizza. Il tavolo tecnico continuerà nelle prossime settimane e le associazioni delle agenzie per il lavoro porteranno le loro proposte.

Le questioni sono almeno tre. La prima: le agenzie possono avere un ruolo nella definizione del «patto per il lavoro» e in qualche modo contribuire a gestire l’afflusso dei candidati? Su questo le associazioni hanno posizioni diverse. Ma quella prevalente è contraria a un coinvolgimento in questa fase. La seconda: le agenzie potrebbero portare offerte di lavoro a tempo indeterminato, quelle più preziose anche perché in grado di far scattare la condizionalità del reddito? A leggere il testo del decreto sembrerebbe di sì. Ma in realtà il lavoro delle agenzie è mandare personale a termine alle aziende, più che a tempo indeterminato. Fatta eccezione forse per alcune professionalità, come per esempio le badanti. Poi c’è la terza partita. Quella dell’assegno di ricollocazione che il decreto sul reddito di cittadinanza assegna alle persone in stato di povertà. In pratica gli assegnatari del reddito avranno una sorte di «dote» da spendere in orientamento e formazione per riuscire a ricollocarsi più in fretta. Una dote da spendere presso i centri per l’impiego pubblici.

Ma anche presso le agenzie per il lavoro private che sono molto interessate a essere coinvolte nella gestione di questo strumento. D’altra parte l’agenzia che riesce a collocare il disoccupato ha diritto a una premialità. Sull’assegno di ricollocazione fino a ieri ha potuto contare anche chi aveva perso il lavoro e da quattro mesi intascava l’assegno di disoccupazione. Ma il decreto che sta per essere pubblicato in gazzetta ufficiale ha cancellato questa opportunità per riservarla solo ai percettori del reddito di cittadinanza. In realtà in alcune Regioni del Nord (Lombardia in testa, da poco anche il Veneto) i disoccupati continueranno a poter contare sull’assegno di ricollocazione (in Lombardia, prima Regione in cui è stato introdotto, si chiama «dote lavoro»). Ma questo è possibile perché la misura è stata introdotta tramite leggi regionali. Proprio le Regioni si sono confrontate nei giorni scorsi con il ministro del Lavoro e il tavolo tecnico continuerà nei prossimi giorni. Le Regioni hanno chiesto che il primo accesso dei candidati avvenga presso i Comuni e non nei centri per l’impiego (gestiti dalle Regioni stesse).

24 gennaio 2019 (modifica il 24 gennaio 2019 | 16:36)

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