Il report per l’Antitrust Ue: «Nuove regole per impedire gli abusi dei giganti dell’hi tech»


Il report per l’Antitrust Ue: «Nuove regole per impedire gli abusi dei giganti dell’hi tech»

La sfida della Commissione europea ai comportamenti anticoncorrenziali dei giganti del web — Google, Amazon, Facebook — è entrata in una fase nuova. Diversa, per molti aspetti, da quella avviata dall’altra parte dell’Atlantico — dove Elizabeth Warren, candidata alla nomination democratica per la Casa Bianca, ha chiesto di «spezzare le grandi compagnie dell’hi tech» — ma altrettanto ostica, per i titani della tecnologia. E ad aprirla è stato un report pubblicato giovedì sul sito della Commissione, intitolato «Competition policy for the digital era». Un documento atteso, commissionato dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, e scritto da Heike Schweitzer, professore di legge alla Humboldt University di Berlino, Jacques Crémer, professore di Economia alla Toulouse School of Economics e Yives-Alexandre de Monjoye, associate professor di data science all’Imperial College di Londra. «È pieno di importanti spunti sul mutamento dei mercati digitali, e su come l’antitrust può rispondere», ha spiegato Vestager.

Nel report i tre esperti spiegano che «esiste una ragionevole preoccupazione» sui titani della tecnologia, perché godendo di una posizione di forza hanno «forti incentivi ad assumere comportamenti anti competitivi»: per questo occorre che l’utilizzo delle regole antitrust nei loro confronti sia particolarmente «vigoroso». I temi contenuti nel report – che non ha immediati risvolti operativi, ma segnerà la discussione sulle regole necessarie all’antitrust europeo per continuare a svolgere la propria funzione di controllo – sono molti, ma cinque sono fondamentali, per capire che cosa potrebbe attenderci nel prossimo futuro (sempre che l’azione della Direzione Competizione non trovi ostacoli di natura politica).

1. La definizione di «posizione di mercato dominante»
Il punto è centrale. Usualmente, la posizione di un’azienda viene definita dominante in base alle quote di mercato — cioè di vendita di uno specifico prodotto — rispetto ai concorrenti. Il suggerimento dei saggi a Vestager è quello di ampliare questa definizione, per poter includere i servizi che non vengono venduti, ma — apparentemente — regalati agli utenti. Per il mercato digitale, dominato da questo modello di business, il consiglio è di considerare fattori quali la presenza di un servizio come opzione di default (ad esempio quando si acquista un telefonino) o la possibilità di un’azienda di avere accesso esclusivo ai dati fondamentali degli utenti. Un passaggio determinante: il funzionamento stesso di piattaforme digitali pur diverse come Facebook, Amazon, Google passa esattamente attraverso il trattamento dei dati, «moneta» attraverso i quali gli utenti pagano i servizi più vari — dalle email alla condivisione delle foto, dalle mappe ai messaggi, dall’acquisto di prodotti allo streaming.

2. La variabile-tempo
Attualmente, perché la Commissione europea possa sanzionare un’azienda, occorre provare che quell’azienda danneggi gli interessi dei consumatori: e questo può richiedere anni di indagine. Il report cerca di trovare una soluzione a questo tema — sottolineato anche nell’ultima sanzione comminata a Google — suggerendo di imporre alle aziende l’onere di provare che un nuovo servizio o prodotto in grado di limitare la competizione sia però in grado anche di migliorare la possibilità di scelta o i vantaggi per i cittadini.

3. L’interoperabilità dei dati
Ne ha parlato anche Mark Zuckerberg, pochi giorni fa, quando sul Washington Post ha spiegato la necessità che il web si doti di nuove regole, e che i governi assumano un ruolo più attivo nel deciderle. La portabilità dei dati da parte dei consumatori viene citata anche nel report dei «saggi», che parlano di «interoperabilità»: una parola che significa, in sostanza, la possibilità, da parte dell’utente, di utilizzare o trasferire rapidamente a un’azienda i dati raccolti su di lui da un’azienda concorrente. «Chiedere ai giganti del web di assicurare l’interoperabilità dei dati», si legge nel report, «potrebbe essere un’alternativa attraente e efficiente per evitare la richiesta di spezzettare» queste enormi tech company.

4. Più controllo sullo «shopping» dei giganti
Nel report trova posto anche la preoccupazione per la modalità con la quale alcuni dei giganti dell’hi tech — in primis Facebook — sono riusciti, fino ad oggi, a limitare la minaccia rappresentata da concorrenti ancora piccoli, ma decisamente intraprendenti: e cioè l’acquisto. (Nel caso di Facebook: Instagram e WhatsApp). Attualmente, le regole europee consentono la possibilità di mettere sotto indagine le acquisizioni solo se le aziende coinvolte superano un fatturato di 2,5 miliardi. I saggi notano però che nella legislazione austriaca e tedesca, questo limite si abbassa fino a 200 e 400 milioni, rispettivamente. Un cambiamento di questo tipo amplierebbe, di molto, i poteri della Commissione di controllare (e potenzialmente fermare) le acquisizioni da parte dei giganti della tecnologia.

5. L’accesso ai dati
Vestager, commentando il rapporto da Bucarest, ha spiegato che «una delle cose che potremmo dover fare per aprire la concorrenza è richiedere alle imprese di dare ai rivali accesso ai loro dati. Perché, in questa era digitale, avere i dati giusti può essere una delle chiavi per essere in grado di competere». Certo, ha proseguito Vestager, l’accesso ai dati individuali deve avvenire sulla base delle regole della privacy e attraverso un meccanismo di «compensazione» per evitare di scoraggiare la raccolta di dati da parte delle imprese. Ma è necessario consentire alle aziende che competono in un mercato di conoscerne il campo di gioco. Il riferimento più immediato è a un’indagine attualmente in corso, da parte della Commissione, quella su Amazon: il sospetto è che l’azienda di Bezos utilizzi i dati relativi ai «negozianti» sulla sua piattaforma per modificare, e migliorare, la propria capacità di vendere su quella stessa piattaforma, facendo così concorrenza sleale. «E questo», ha spiegato de Montjoye al Financial Times, «è particolarmente importante se molti servizi sono di proprietà della stessa azienda».


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