Il Pil cinese scivola ancora, ma tiene Xi e Trump cercano la pax sui dazi


La Cina rallenta ancora: il Pil nell’ultimo trimestre del 2018 cresciuto solo del 6,4 per cento. Il dato complessivo dell’anno 6,6% (-0,2 rispetto al 6,8 del 2017). Come al solito la statistica ufficiale si pu leggere in due modi: ha superato l’obiettivo fissato dai pianificatori di Pechino, che era intorno al 6,5%Z; ma il rallentamento dei consumi interni, di esportazioni e importazioni, il calo del mercato dell’automobile mostrano che la fiducia della gente in Cina indebolita. Il 6,6% il dato peggiore da 28 anni, ma nel 1990 , l’anno del dopo Tienanmen, la Cina scontava anche in economia lo sdegno mondiale per il massacro di Piazza Tienanmen e passata l’emozione Deng rilanci l’apertura e la crescita. Ora pesano molti fattori: dalla guerra commerciale dichiarata da Donald Trump alla riconversione di un sistema che troppo a lungo stato spinto dagli investimenti diventati poco produttivi, che hanno creato una montagna di debito. Per a Pechino stanno lavorando ancora su questo fattore: piani massicci di nuove infrastrutture (125 miliardi di dollari per nuove linee ferroviarie per esempio) e tagli alle tasse per stimolare i consumi. Anche esperimenti come la settimana cortissima con weekend che comincia venerd a mezzogiorno per i dipendenti pubblici che dovrebbero sfruttare il tempo libero facendo shopping e spendendo di pi.

Mercati sollevati

Questa mattina le Borse asiatiche hanno accolto con un certo sollievo il 6,6% finale dichiarato dall’Ufficio statistico di Pechino. Il governo ha gi detto che nel 2019 non consentir un calo significatifo del Pil, solo un’oscillazione ragionevole. Nuovo stimolo dunque. Il problema che il 40% del Pil nel 2018 andato in investimenti, che per non sono giustificati dalla domanda del mercato interno. E se la locomotiva cinese si fermasse, sarebbe un dramma per il mondo: basta ricordare l’impatto negativo sulle Borse quando Volkswagen prima e Apple poi hanno annunciato dati in calo a causa della domanda debole in Cina. Il 29% dell’export sudcoreano va in Cina; il 23% di quello giapponese; il 37% dell’australiano e poi il 10% di quello Usa e il 7% del tedesco. I cinesi comprano un terzo dei prodotti di lusso; un quinto della spesa turistica globale dovuta ai viaggiatori che escono dalla Repubblica popolare; un Boeing su quattro costruito per le compagnie aeree cinesi. Ora si attende la missione a Washington del vicepremier Liu He, che il 30 e 31 gennaio dovr negoziare il dossier commerciale. Sia Xi Jinping sia Donald Trump hanno bisogno dell’accordo: il leader cinese vuole stabilizzare l’economia; il presidente americano vuole rassicurare Wall Street prima della campagna elettorale del 2020. Dice al Corriere Hu Xijin, direttore del Global Times che una voce fortemente nazionalista ma realista: Sono sicuro che si possa trovare l’accordo, se Trump vuole restare presidente non pu far perdere alle aziende americane il mercato cinese; la Tesla ha appena aperto a Shanghai una megafabbrica perch il nostro resta il primo mercato per l’auto, come per gli smartphone, i prodotti agricoli, il lusso.

21 gennaio 2019 (modifica il 21 gennaio 2019 | 07:23)

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